Mercoledì, 21 Aprile 2021
Novara

Coronavirus, ancora buone notizie sulla cura con il plasma iperimmune

A Novara è uscito dalla rianimazione il primo paziente trattato. Due settimane fa ha preso il via anche nella città piemontese la sperimentazione: risultati davvero incoraggianti

La cura con il plasma dà risultati incoraggianti. Nella foto Ansa, una sacca di plasma

Ancora buone notizie sul plasma iperimmune dei guariti per curare malati di Covid-19. A Novara è uscito dalla rianimazione il primo paziente trattato. Due settimane fa ha preso il via anche nella città piemontese la sperimentazione con il plasma delle persone guarite dall’infezione da Sars-Cov-2 e ha già dato importanti risultati: il plasma prelevato dal primo donatore e trasfuso a una persona che era in terapia intensiva ha funzionato fin dalla prima trasfusione e il paziente è potuto uscire dalla Rianimazione. 

Si segue il protocollo del policlinico ‘San Matteo’ di Pavia, a Novara la procedura è stata avviata dal Servizio di medicina trasfusionale, diretto dal dott. Gennaro Mascaro, con la collaborazione della Direzione medica, in particolare il dott. Philippe Caimmi, e la Struttura di anestesia e rianimazione diretta dal prof. Francesco Della Corte. Sono per adesso otto i guariti che hanno donato il loro plasma, che sarà utilizzato in altrettanti pazienti che dimostreranno compatibilità. "Per determinare se la trasfusione di plasma da persona convalescente può essere utilizzata nel trattamento dei pazienti critici con infezione da coronavirus – spiega il dott. Mascaro – è necessario determinare la quantità di anticorpi specifici: se ci sono le condizioni, eseguiamo la raccolta di questo ‘plasma iperimmune’ e poi possiamo procedere alla trasfusione in pazienti critici in terapia intensiva o subintensiva. Va sottolineato che dopo la raccolta il plasma viene da noi trattato ulteriormente (inattivazione) in modo da annullare l’eventuale presenza di altri virus. I risultati ottenuti con la prima trasfusione confermano la validità del protocollo".

In Lombardia sono già stati trattati in questo modo decine di pazienti, e c'è realmente ottimismo sulle potenzialità del protocollo. Il plasma permette al sangue di fluire. Nel "liquido giallo" sono sospese le cellule sanguigne che vengono trasportate in tutto il corpo: globuli rossi che portano l’ossigeno, globuli bianchi che combattono le malattie e aiutano ferite e lesioni a guarire e piastrine che hanno un ruolo fondamentale nella coagulazione del sangue. Se dal plasma separiamo queste cellule, resterà un liquido color giallo paglierino composto per circa il 92% da acqua, ma contiene anche anticorpi, proteine che favoriscono la coagulazione, ormoni ed enzimi. Possono donare il loro plasma per tentare di curare i malati di coronavirus coloro che risultano avere anticorpi neutralizzanti (gli unici anticorpi che possono darci l'immunità), non tutti i guariti o convalescenti quindi, ma solo un 20 per cento circa del totale secondo le prime stime. Il plasma viene purificato eliminando eventuali patogeni ed è pronto a essere infuso in pazienti con polmoniti interstiziali. Dopo l’infusione c’è una riduzione significativa della carica virale nei malati.

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