Venerdì, 23 Aprile 2021
Catania

Stupro a Catania, il racconto della vittima: “Ho chiesto aiuto a un amico, ma non ha fatto nulla”

La giovane americana ha provato anche più volte a contattare il numero per le emergenze, sempre fermata dagli aggressori. Le loro voci registrare nelle richieste di aiuto su Whatsapp: “Mpare, a chidda ma isu iu”

Una violenza che si sarebbe potuta evitare. La giovane americana che ha denunciato di essere stata stuprata a Catania aveva cercato di chiedere aiuto via telefono, chiamando un amico e provando a contattare il 112. È quanto rivela un articolo di Salvo Palazzolo sull’edizione palermitana di Repubblica.

Nella denuncia presentata nella notte fra il 16 e il 17 marzo, la ragazza ha fatto riferimento più volte ai messaggi inviati a un amico nei quali chiedeva aiuto mentre stava per essere stuprata da R.M., S.C. e A.S., i tre giovanissimi accusati fermati dai carabinieri.

“Per favore aiutami – chiede con un messaggio vocale la ragazza – ci sono dei ragazzi, non voglio”. Ma secondo quanto riferito dalla vittima ai carabinieri il presunto amico Salvo non avrebbe accolto le richieste poiché “non capiva e non aveva l'auto. Una cosa assurda”. Dalle note vocali Whatsapp rimaste senza risposta e con la quale la ragazza chiedeva aiuto si sente anche la voce di uno degli stupratori: “Compare, te la posso dire una cosa? A chidda ma isu iu”, mentre la vittima disperata chiede ancora: “Aiuto, aiuto, sono nell’auto”.

La ragazza è anche riuscita a mandare la sua posizione esatta, la stradina del lungomare che conduce al porto turistico “Rossi”, ma nulla. Subito dopo si sente ancora la violenza, in diretta. “Vieni qua”, dice uno dei ragazzi. “Non voglio”, grida lei. “Sì che vuoi”, dice un altro. “No, basta. Non voglio, non voglio”. “Quando si sono accorti che avevo il cellulare in mano, hanno provato a togliermelo – ha raccontato la vittima - ma sono riuscito a tenerlo”. La giovane ha anche tentato di contattare il 112, ben undici volte nell’arco di un’ora, bloccata sempre dai suoi aggressori.  “I richiami d’aiuto si sono susseguiti in un arco di ben un’ora e 45 minuti”, afferma il giudice per le indagini preliminari.

La ragazza ha sporto denuncia ventiquattrore dopo la violenza, grazie anche al supporto di un amico carabiniere della famiglia che la ospitava. Ai carabinieri ha consegnato le sue calze nere strappate, una gonna blu, un foulard e un paio di slip: “Qui ci sono le prove di quello che hanno fatto”. La giovane ha raccontato di aver conosciuto i tre mentre si trovava con un’amica in un bar di via Teatro Massimo e di aver inviato il video a un'altra sua amica, che le avrebbe risposto: “R.M. lo conosco, ha frequentato la mia stella scuola, stai tranquilla, è un ragazzo per bene”. I tre poi l’avrebbero costretta a salire sulla loro auto e portata in una strada buia, teatro della violenza.

La ragazza adesso è tornata negli Stati Uniti e prima di partire ha rivolto un ringraziamento speciale al maresciallo dell'Arma che l'ha accompagnata a denunciare.

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