Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

Torino, presunte violenze sui detenuti in carcere: arrestati sei agenti accusati di tortura

Le indagini sono partite dopo una segnalazione del garante dei detenuti del Comune di Torino, venuta a conoscenza di un episodio in occasione di un colloquio in carcere

Sei agenti di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino sono stati arrestati e posti ai domiciliari dai loro stessi colleghi del nucleo investigativo centrale perché accusati del reato di tortura nei confronti dei detenuti del carcere.

Vengono loro contestati episodi che, secondo gli investigatori, sarebbero avvenuti tra l'aprile 2017 e il novembre 2018. Le indagini erano partite da una segnalazione della Garante per i detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo (la quale, contattata da TorinoToday, afferma che non intende rilasciare dichiarazioni fino al termine delle indagini), venuta a conoscenza di uno di quegli episodi in occasione di un colloquio con alcuni dei carcerati. Oltre ai sei già ai domiciliari, nella vicenda risultano coinvolti anche altri indagati a piede libero. L'attività di indagine è ancora in corso ed è volta tanto ad accertare eventuali responsabilità penali di altri soggetti quanto a verificare se ci siano stati altri episodi analoghi, oltre a quelli finora denunciati. L'applicazione delle misure cautelari si è resa necessaria, dicono dalla Procura, "per evitare, in questa delicata fase, il pericolo di inquinamento probatorio".

Violenze "sistematiche" del Padiglione C, secondo l'accusa

Secondo l'accusa, sostenuta dal pm Francesco Pelosi, le violenze sarebbero state "sistematiche" e sarebbero state compiute la sera dallo stesso gruppo di agenti all'interno del padiglione C del penitenziario. Nell'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, il giudice Sara Perlo scrive che gli indagati hanno agito con "spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio", dimostrando di "non credere nell'istituzione di cui fanno parte". Gli agenti avrebbero compiuto perquisizioni definite dagli inquirenti "arbitrarie e vessatorie", devastazioni delle celle e vere e proprie spedizioni punitive con schiaffi, pugni, calci. Le persone offese sono recluse per reati di violenza sessuale. "Ti dovrei ammazzare e invece devo tutelarti", è la frase che si è sentito rivolgere uno dei detenuti prima di essere malmenato. In un'altra occasione uno dei reclusi, in attesa di un trattamento psichiatrico, fu chiuso in uno stanzino e malmenato: mentre urlava per il dolore gli agenti, secondo alcune testimonianze, ridevano.

La replica dei sindacati degli agenti penitenziari

Donate Capece, segretario generale del Sindaco Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, invita a "non trarre affrettate conclusioni prima di doverosi accertamenti giudiziari". "La presunzione di innocenza è uno dei capisaldi della nostra Carta costituzionale e quindi evitiamo illazioni e gogne mediatiche - aggiunge Capece - confidiamo nella magistratura perché la Polizia penitenziaria, a Torino come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere e l'impegno del Sappe è sempre stato ed è quello di rendere il carcere una 'casa di vetro', cioè un luogo trasparente dove la società civile può e deve vederci 'chiaro'".  "La Polizia Penitenziaria, a Torino e negli oltre 200 penitenziari italiani per adulti e minori - conclude Capece - è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d'identità e d'orgoglio, e che ogni giorno in carcere fanno tutto quanto è nelle loro umane possibilità per gestire gli eventi critici che si verificano quotidianamente, soprattutto sventando centinaia e centinaia suicidi di detenuti, per questo non  traggano giudizi affrettati senza aver atteso prima i doverosi accertamenti giudiziari".

Dura la posizione di Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, sull'accaduto: “Ferma restando l’assoluta ed imprescindibile fiducia nei confronti dell’autorità giudiziaria, l’arresto dei poliziotti penitenziari in servizio nel carcere di Torino, nell’ipotesi che abbiano commesso il reato di tortura di recente introduzione nel codice penale Italiano, si immagina sulla presumibile base delle dichiarazioni di qualche soggetto detenuto come peraltro sarebbe già avvenuto per i fatti del carcere di San Gimignano, dimostra al di fuori di ogni possibile dubbio il grave stato di disorganizzazione e l’assenza di qualsiasi capacità gestionale da parte degli attuali organi centrali dell’amministrazione penitenziaria non in grado, a nostro avviso, di prendere atto in misura adeguata dello stato di abbandono e delle continue frustrazioni, offese e aggressioni subite ogni giorno dalle donne e dagli uomini della polizia penitenziaria in servizio nelle carceri italiane. Non possiamo negare, d’altra parte, il timore rispetto al richiamato reato di tortura di un ‘effetto a catena’ che investa ogni criticità esistente nelle carceri italiane stante l’elevatissima attenzione degli organi amministrativi e politici riguardo alle condizioni della popolazione detenuta italiana a differenza del persistente disinteresse per l’effettiva vivibilità lavorativa delle carceri per il personale di polizia penitenziaria".

La posizione di Associazione Antigone

"Nei casi come questo di Torino non resta che augurarsi che si faccia al più presto chiarezza su quanto avvenuto", dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. "Quello che è certo - dice Gonnella - è che avevamo più volte segnalato negli scorsi mesi come il clima all'interno delle carceri stesse andando peggiorando. Come cattivi maestri al potere stessero esacerbando il linguaggio, rendendo comprensivo, se non addirittura benevolo, quell’uso e abuso di una violenza 'illegale', 'arbitraria' e 'rapsodica', con il rischio che questa possa venire percepita come parte della pena stessa, nella certezza interiore dell’impunità. Un uso del linguaggio riscontrabile anche su blog informativi della polizia, con detenuti appellati come 'bastardi' o nella migliore dell’ipotesi camosci, riproponendo uno slang carcerario antico, offensivo e violento", sottolinea il presidente di Antigone.

"Dopo la notizia delle presunte violenze nel carcere di San Gimignano, il senatore ed ex ministro Matteo Salvini si era recato fuori dal carcere per portare solidarietà agli agenti indagati. Avevamo sottolineato come questo fosse un tragico errore proprio per il messaggio di tolleranza e comprensione verso chi è indagato per quello che è un crimine contro l'umanità, utilizzato in molti regimi autoritari e che le democrazie avanzate devono impegnarsi a combattere", aggiunge Gonnella, aggiungendo: "non è certamente così che si fa un favore ai tanti operatori che svolgono il proprio lavoro nel rispetto del dettato costituzionale".

"È proprio a questa parte significativa di operatori penitenziari, che ha una cultura democratica così radicata che non è comprimibile da un qualsiasi cattivo maestro, che bisogna ripartire per spezzare quel circolo di violenze che ha luogo negli istiuti penitenziari", prosegue ancora il presidente di Antigone. "Da loro e dall'attività di denuncia e di presa in carico dei casi da parte della magistratura. In tal senso, lo stanno dimostrando i fatti, introdurre il reato di tortura nel codice penale è stato un passo importante per dare ai giudici tutti gli strumenti necessari ad indagare e punire i responsabili di questi crimini. Benché il testo della legge approvata non fosse il migliore possibile, avevamo sottolineato come a fare la differenza spesso non è solo la legge ma anche la cultura dei giudici che la devono utilizzare. E proprio i giudici - dice ancora Gonnella - stanno dimostrando un'importante cultura democratica".

"È inoltre importante che anche dall'Amministrazione penitenziaria arrivi un segnale forte. Nel caso di Torino questo sembrerebbe essere avvenuto, con gli arresti degli autori delle presunte torture che pare siano stati effettuati grazie al Nucleo Investigativo Centrale del Corpo di Polizia Penitenziaria. È bene però arrivi anche in altri casi (anche a livello disciplinare) come quello riguardanti le violenze nei confronti di un ex detenuto nel carcere di Lucera. Proprio in questi giorni è stata resa pubblica la sentenza e, mentre l'ex detenuto è stato condannato per aver resistito agli agenti, questi ultimi hanno usufruito della prescrizione, cosa che non ha però impedito al giudice di rilevare come nel loro comportamento ci fosse una inequivocabile responsabilità penale. Proprio in casi come questi è importante che arrivino dunque segnali forti dall'interno dell'Amministrazione, anche allo scopo di distinguere una piccola minoranza di persone che usano la violenza dalla grande maggioranza di operatori che si muovono nel solco della legalità".

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