Lunedì, 8 Marzo 2021
Siracusa

Il caso di Alfredo Liotta, morto in carcere: "Poteva essere curato"

Aveva 41 anni, il suo cuore smise di battere nel carcere di Siracusa dove era detenuto. A distanza di oltre otto anni dal fatto cinque degli otto imputati sono stati condannati in primo grado per omicidio colposo. Evitata la prescrizione. Antigone: "Fu abbandono terapeutico"

Il 26 luglio 2012 il cuore di Alfredo Liotta, un uomo di 41 anni, smise di battere nel carcere di Siracusa dove era detenuto. A distanza di oltre otto anni dal fatto cinque degli otto medici imputati per la sua morte sono stati condannati ieri, in primo grado, per omicidio colposo. Alfredo Liotta soffriva di una forte depressione e di una grave forma di anoressia.

I medici condannati per la morte di Alfredo Liotta

"Il caso venne portato a conoscenza del difensore civico dell'associazione Antigone da parte della moglie del detenuto. Il nostro ufficio - spiega l'avvocato Simona Filippi - una volta acquisite tutte le carte sullo stato di salute dell'uomo presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Siracusa nel quale si sottolineava come il personale medico e infermieristico che si succedeva dal detenuto, non avesse saputo individuare e comprendere i sintomi né il decorso clinico di Alfredo Liotta e che tali carenze conoscitive ne avessero determinato il decesso". Proprio quell'esposto consentì di riaprire il caso sulla morte dell'uomo e portò nel marzo 2017 al rinvio a giudizio dei medici.

"Nel corso del dibattimento è stato accertato che i medici del carcere di Siracusa che si sono succeduti nella cella di Liotta negli ultimi 20 giorno della sua vita - prosegue l'avvocato Filippi - sono rimasti completamente passivi davanti alle sue patologie. L'uomo soffriva di diverse problematiche: epilessia, anoressia, depressione, emorroidi. Per venti giorni non aveva più bevuto né mangiato e questo, assieme alla perdita di sangue dovuta alle emorroidi, portò alla sua morte. Il tutto senza che i medici siano intervenuti in alcun modo".

Un anno fa in aula i medici incaricati dal Pubblico Ministero di accertare se il decesso del detenuto Alfredo Liotta fosse stato determinato dalla negligenza o da errate cure dei sanitari della Casa Circondariale di Cavadonna, dissero che devastante per l’ergastolano fu "la peretta evacuativa" cui fu sottoposto.

Il tema della salute in carcere

"Il caso di Liotta - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - chiama in causa il tema della salute in carcere, come bene supremo da tutelare. La morte del detenuto fu un vero e proprio caso di abbandono terapeutico. La vicenda pone anche il caso di quanto sia lungo e complesso avere giustizia quando si è detenuti. Una giustizia che serve alla famiglia e che speriamo aiuti a costruire un mondo più solidale e attento alle fragilità". "Alle condanne di ieri - conclude l'avvocato Filippi - si è riusciti ad arrivare anche grazie al lavoro della giovane Giudice che ha condotto il processo che, attraverso un dibattimento serrato, ha permesso di evitare la prescrizione dei reati".

Alfredo Liotta, originario di Adrano, era stato riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e omicidio aggravato: era in attesa dell'udienza alla Corte di Cassazione per l'annullamento della sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo, inflittagli dalla Corte di Assise di Appello di Catania. Liotta ormai rifiutava il cibo. Eppure pochi giorni prima della sua fine era stato dichiarato compatibile con il regime di detenzione in carcere.

"Alfredo Liotta muore di fame e di sete"

"Alfredo Liotta muore di fame e di sete, letteralmente - scriveva il Corriere della Sera -  Nelle foto dell’autopsia non si riesce a distinguere dove sia lo stomaco. Si vedono le costole incollate alla pelle e poi il vuoto. Ha le parti intime avvolte in una busta di cellophane. Lì dentro faceva i suoi bisogni. Non riusciva a mangiare e a bere. La storia è simile alle altre. La Corte di Assise di Appello di Catania nomina uno psichiatra per capire se effettivamente sta male. I parenti avevano segnalato un dimagrimento di quaranta chili. Nella relazione inviata al magistrato, il dottore scrive: 'Il comportamento e l’atteggiamento del soggetto apparivano nel complesso artefatti e quasi teatrali'. Verrà considerato un simulatore con l’obiettivo di uscire dal carcere e per questo mai trasferito in un ospedale. Muore un mese dopo la perizia. Aveva una grave sindrome anoressica". 

Solo la denuncia e l'ostinazione della moglie, oltre all'impegno di Antigone, hanno evitato che tutto procedesse verso l'oblio. 

"Il dibattimento - scrive sul Fatto Quotidiano Susanna Marietti, Coordinatrice associazione Antigone - ha fatto emergere che i medici, poi condannati, non hanno fatto nulla per curare Liotta. Non gli hanno misurato la pressione, non lo hanno mai pesato e soprattutto non hanno mai neanche parlato con lui per convincerlo a nutrirsi o a farsi fare una flebo. Fino al giorno prima del decesso si sono limitati a prendere atto che l’uomo non si alimentava. Non si trattava di mettere in atto interventi complessi o valutare difficili patologie. Sarebbe probabilmente bastato poco – prima di tutto il dialogo – per salvare quella vita".

"Alfredo Liotta poteva essere curato. Se fosse stato condotto per tempo in ospedale oggi sarebbe vivo".

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