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Sabato, 22 Gennaio 2022
La condanna / Palermo

L'amante strangolata con una corda poi legata al termosifone per simulare un suicidio

Palermitano condannato a 14 anni. Diventa definitiva la sentenza per Pietro Di Salvo, 75 anni, che a giugno del 2018 confessò di aver ammazzato Fernanda Paoletti con cui aveva un relazione segreta. Sin dal primo grado gli sono state riconosciute le attenuanti generiche e alla Cassazione chiedeva un ulteriore sconto di pena, che i giudici gli hanno negato

Uccise l'amante strangolandola con una corda e mettendo in scena un suicidio, soltanto perché lei avrebbe voluto vivere la loro relazione alla luce del sole ed in maniera più stabile. Per Pietro Di Salvo, palermitano di 75 anni, che si sbarazzò della donna, Fernanda Paoletti, 77 anni, il 4 giugno del 2018 a Verona, adesso la condanna per omicidio è diventata definitiva: dovrà scontare 14 anni di reclusione, così come erano stati inflitti con l'abbreviato dal gup di Verona e poi confermati dalla Corte d'Appello di Venezia.

La settima sezione della Cassazione, presieduta da Enrico Giuseppe Sandrini, ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, al quale erano già state concesse le attenuanti generiche e che chiedeva di ottenere un ulteriore sconto di pena. Di Salvo dovrà anche versare tremila euro alla Cassa delle ammende.

Di Salvo, sposato e padre di due figli, aveva intrapreso una relazione clandestina con Fernanda Paoletti (nella foto sotto). Tutto sarebbe filato liscio finché la donna, a maggio del 2018, avrebbe posto l'imputato di fronte ad una scelta: voleva vivere quel rapporto con serenità e non di nascosto. Una richiesta che Di Salvo non aveva alcuna intenzione di assecondare. Così, come lui stesso aveva poi confessato, il 4 giugno del 2018, aveva incontrato la vittima come sempre nella sua casa di Verona. Quando Fernanda Paoletti aveva ripreso il discorso sul loro rapporto e lo avrebbe anche insultato, Di Salvo aveva deciso di ucciderla, per sbarazzarsi per sempre del problema. L'aveva strangolata con una corda verde e poi legata ad un termosifone, per far credere ad un suicidio. Infine si era allontanato, portando via anche il cellulare della vittima.

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A scoprire il cadavere della donna fu il figlio, col quale quello stesso giorno aveva un appuntamento. Non si era presentata e quando lui era passato sotto la sua abitazione aveva notato che la macchina era lì. Questo lo aveva insospettito. E poi la madre non rispondeva al telefono e, soprattutto, non apriva alla porta. Il figlio aveva quindi chiesto le chiavi dell'appartamento a una vicina e, assieme a lei, era entrato, scoprendo il corpo, ormai senza vita, legato per il collo con una corda verde ad un termosifone.

La squadra mobile aveva subito scartato l'ipotesi di un suicidio: la corda era stata legata in un punto troppo basso per provocare la morte e un problema che la vittima aveva alle braccia le avrebbe impedito di fare un nodo in quella posizione. Si era invece pensato ad un omicidio e ad un maldestro tentativo di camuffarlo. La casa era poi in ordine e non sembrava mancare nulla, così si scartò anche l'ipotesi di una rapina finita male.

Un'amica di Fernanda Paoletti aveva infine raccontato alla polizia che la donna aveva una relazione segreta con un uomo sposato, Di Salvo, e che i due erano soliti incontrarsi proprio il lunedì mattina. Erano state poi trovate delle tracce di dna compatibili con quelle dell'imputato sulla corda.

Inizialmente l'uomo aveva negato tutto, a cominciare dalla relazione con la vittima, ma poi aveva confessato. È stato condannato sin dal primo grado di giudizio a 14 anni, con la concessione delle attenuanti generiche. Ma davanti alla Cassazione ha sostenuto che proprio per via dell'attenuante avrebbe avuto diritto ad una pena ancora più bassa. Ipotesi che i giudici hanno respinto, anche perché Di Salvo "si recò all'appuntamento con la vittima munito di una corda con la quale l'aveva strangolata, approfittò della fiducia della donna che si presentò a lui in condizioni di debole difesa, agì quindi con freddezza e simulò il suicidio sottraendo anche il cellulare che avrebbe permesso di ricostruire il loro antecedente rapporto", come si legge nella sentenza.

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