Disastro del Vajont, le foto di chi denunciò senza essere ascoltato

Una mostra itinerante fatta di tredici pannelli alti due metri racconta la storia della diga della morte attraverso le vecchie foto di Edoardo Semenza, il geologo che intuì la frana

PISA - Tredici pannelli alti 2 metri nell’atrio del Polo Piagge, per raccontare la storia del Vajont attraverso le vecchie foto di Edoardo Semenza, il geologo veneto che già nel 1959 riconobbe l’esistenza di un’antica massa franosa sul versante sinistro della valle, poco distante dalla diga che allora era in costruzione.

In occasione del 50° anniversario della tragedia, l’associazione di Geologia Applicata ed Ambientale con il Consiglio Nazionale dei Geologi hanno organizzato una mostra itinerante sulla frana con scatti e un libro-dossier inedito che verrà presentato ad ottobre. Il lavoro è curato da Monica Ghirotti, Francesco M.Guadagno, Giovanni Masè, Michele, Paolo e Pietro Semenza (figli di Edoardo).

La tragedia che seguì gli studi premonitori di Semenza è ormai storia, un disastro senza precedenti: “L’onda della morte” come titolò il Corriere della Sera nella prima pagina dell’11 ottobre ‘63, quando già si faceva la conta dei morti, più di 2mila. Un ricordo e un dolore ancora inaccettabili, perché il Vajont rappresenta il paradigma e l’emblema delle catastrofi causate dall’uomo, di quando la Natura si ribella e presenta il conto.

Ma l’onda assassina che oltrepassò la diga cancellando i cinque paesi del circondario, poteva essere evitata. Bastava solo prestare più attenzione ai segnali inequivocabili che la natura aveva dato nel tempo, bastava capire che quella vertiginosa colata di cemento in quel passo stretto chiamato ’Gola del diavolo’, non avrebbe potuto piegare né contenere la forza della Terra che si ribella alla bramosìa dell’uomo.

Semenza collaborò al progetto fino al 1961, le sue consulenze vennero prese in considerazione ma non servirono a fermare il disastro. Due anni prima aveva analizzato le principali evidenze geologiche e geomorfologiche che lo condussero a scoprire l’antica frana e a definirne forme e limiti. Le fotografie presenti nella mostra spiegano lucidamente i passaggi dello studioso e aiutano a capire la complessità dell’area e a intuire la potenziale pericolosità che invece era stata presa sotto gamba. Lo studio della frana è stato condotto con passione e sacrificio da Semenza, che credeva fermamente nel ruolo della geologia nei progetti ingegneristici e di come le due discipline dovessero essere complementari.

Ma la notte del 9 ottobre 1969, come un vulcano spento per secoli che all’improvviso si risveglia per eruttare, l’antica frana riacquistò la sua memoria: così la parte settentrionale del monte Toc si staccò a seguito dell'innalzamento delle acque del lago artificiale. Circa 270 milioni di metri cubi di roccia scivolarono, alla velocità di 108 km all’ora, nel bacino sottostante, provocando un'onda alta più di 100 metri che distrusse tutti gli abitati lungo le sponde del lago e scavalcò la diga riversandosi nella valle del Piave. In un momento la potenza dell’acqua cancellò l’uomo.

Da allora è passato mezzo secolo ma la ricostruzione del geologo resta sempre attuale e merita uno sguardo attento. Dietro tutte le nozioni scientifiche, riaffiora terribile il lato umano della vicenda e fermarsi un attimo per riflettere, anche a distanza di tempo, serve per ricordare e capire. “Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti – disse Carlo Semenza, l’ingegnere progettista della diga e padre di Edoardo, nel 1961 - mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni sembra sfuggire dalle nostre mani”. Non è mai troppo tardi per ridare memoria al tempo, per ricordare che molti errori sono solo figli dell’uomo e non della natura.

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