Domenica, 18 Aprile 2021

Tornato da Cuba senza organi, la terribile morte di Antonio: "26 anni di tormenti"

Il caso del giovane palermitano morto nel 1994 a Cuba in circostanze misteriose. Il fratello a PalermoToday: "Hanno insabbiato la verità"

Antonio Ciacciofera

"Mio fratello è andato a Cuba per una vacanza, è tornato a Palermo dentro una bara di cartone, irriconoscibile e privo di tutti gli organi". La famiglia di Antonio Ciacciofera, giovane bancario palermitano morto nel 1994 a Cuba in circostanze misteriose, è precipitata dritta all'inferno in un giorno di fine primavera. Era il 19 maggio quando i familiari del ragazzo vennero informati della morte di Antonio. Secondo l’unica versione fornita dalle autorità cubane il giovane sarebbe rimasto vittima di un incidente stradale. Ma la famiglia ha forti (e fondati) sospetti che il ragazzo sia stato assassinato e che il decesso possa avere a che fare con il traffico di organi. Di sicuro fin da subito sulla vicenda è calato un velo di silenzio. Antonio non ha mai avuto giustizia. Il fratello, Michele Ciacciofera, noto artista ora 51enne, ha scelto di ripercorrere con PalermoToday tutte le tappe di questa terribile e incredibile storia.

Il corpo del giovane venne svuotato da tutti gli organi interni, si legge nell’articolo firmato da Alessandro Bisconti. Cuore, fegato, reni. Ad eccezione delle cornee, gli organi erano stati espiantati tutti. "Mio fratello non è stato torturato, è stato demolito. Aveva l'osso occipitale rotto, le due clavicole rotte, come tutte le ossa delle braccia e le gambe. Anche il bacino era rotto in più punti".

Del caso si occuparono i principali media nazionali, ma "dopo il clamore iniziale - racconta il fratello - la storia è finita presto nel dimenticatoio, nonostante una corrispondenza intercorsa tra il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e la nostra famiglia perché ci hanno chiesto di non andare avanti, così la verità è stata insabbiata e seppellita dai silenzi".

Antonio, secondo di tre figli, lavorava alla sede della Banca commerciale di Corigliano Calabro dipendendo dalla direzione generale. Era un ragazzo con molti svaghi e con il pallino dei viaggi. Quel 6 maggio del 1994, racconta il fratello, il 24enne partì per Madrid, "da dove doveva poi raggiungere la Costa Rica e quindi Cuba. Ai Caraibi sarebbe dovuto andare con un amico di Napoli. A Madrid l'aspettava Ana Maria Lopez, figura chiave in questa vicenda, una sua amica spagnola, tour operator, che aveva organizzato il viaggio. Antonio alla fine è partito senza il suo amico italiano perché la ragazza gli ha comunicato che il volo per Madrid e poi la prosecuzione per i Caraibi era per una persona sola. Ricordo che quella mattina Antonio mi ha chiamato, è l'ultima volta che ci siamo sentiti. Gli ho detto: 'Ma ci sei andato da poco a Cuba, perché torni lì?'. Lui mi ha risposto che Ana Lopez aveva un tumore e stava per morire e quindi lei voleva fare l'ultimo viaggio con mio fratello".

Antonio Ciacciofera 3-2-2-2

Da allora nessuna traccia. "Eccetto una telefonata arrivata a casa mia (che abitavo da solo) nel cuore della notte, qualche giorno dopo. Una voce mi ha gridato: 'Aiuto'". Il 19 maggio la peggiore delle notizie. "Preciso che i miei genitori da mio fratello non avevano più ricevuto telefonate da quel 6 maggio ma all'epoca i cellulari (c'erano quelli giganti) non erano abilitati per le chiamate internazionali. Quel 19 maggio piomba la polizia nella casa della mia famiglia a Pallavicino e comunica che Antonio era morto dopo un incidente. Io abitavo a Siracusa ai tempi, così raggiungo subito i miei genitori".

Il giovane bancario palermitano si trovava in vacanza nell'unico angolo di Cuba rimasto regno di turisti, ovvero la spiaggia di Varadero. Secondo la versione ufficiale, Antonio sarebbe morto in ospedale per le conseguenze di un incidente automobilistico lungo la strada che porta a Trinidad, all'interno del Paese, a duecento chilometri dalla costa. Una morte che sarebbe arrivata dopo tre giorni di ricovero.

"La sera del 20 o 21 chiama Ana Lopez da una cabina telefonica: noi la cercavamo in tutti i modi contattando anche ambasciata e Farnesina. Lei ci rivela che è in pericolo, e ci dice che la storia dell'incidente non è vera e che 'i programmi non erano questi, Antonio è stato ammazzato dai medici'. Poi però ci comunica che deve andare subito al consolato italiano dove l'aspetta un funzionario. Quindi ci promette che avrebbe richiamato per spiegarci meglio. In realtà non l'ho più sentita. E il consolato italiano a quel punto non ci risponde più offrendo protezione alla Lopez senza un apparente motivo piuttosto che occuparsi di informare noi. Erano giorni concitati, noi tentavamo di riavere indietro il corpo di mio fratello e credevamo ancora alla versione dell'incidente".

Il corpo in una bara di cartone e compensato

"Al consolato - continua il fratello della vittima - abbiamo subito chiesto una bara con un oblò di vetro per riconoscere mio fratello. Ci fanno pagare 5 mila dollari di supplemento per pagare solo l'oblò, che all'epoca era una cifra sproporzionata, una somma che si andava ad aggiungere a quella già pagata dall'assicurazione. Il corpo arriva dopo una settimana. Il funerale si tiene nella chiesa del Villaggio Ruffini. Subito dopo la bara viene portata all'istituto di medicina legale per il riconoscimento e qui succede una cosa terrificante. La bara viene sollevata e si distrugge. Non c'era l'oblò di vetro che avevamo chiesto. La bara era di cartone e compensato. Al consolato italiano sono stati negligenti anche sul vigilare che non venissimo truffati".

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Il corpo martoriato

E le condizioni del corpo di Antonio? "Lui non era riconoscibile - ricorda la famiglia -. Veniamo convocati dalla Procura di Palermo, Antonio è stato riconosciuto solo dalla peluria delle gambe e in un secondo momento attraverso la radiografia dei denti. Il corpo era totalmente scarnificato, privo di organi, c'erano segni di torture ovunque".

C'è una lunga cicatrice che parte da sotto il collo e arriva all'inguine, una sutura probabilmente servita a ricucire la salma dopo il prelievo di tutti gli organi. Scomparsi anche il Rolex d'oro e mille dollari che Antonio aveva con sé al momento dell'incidente. Inoltre il corpo presentava delle cicatrici per una presunta operazione di appendicite e un'altra operazione maxillo facciale, per cui le autorità cubane avevano addebitato l'assicurazione Europe Assistence per decine di migliaia di dollari: questa circostanza sollevò dei sospetti al punto che la Procura e la polizia scientifica si presentò a casa a Palermo per chiederci delle foto di mio fratello a torso nudo che la mia famiglia fornì".

Le indagini

"A questo punto la Procura chiede l'autopsia al medico legale, molto noto in città. Lui non si accorge di niente e consegna una relazione con notevole ritardo senza parlare di nulla se non di una compatibilità delle condizioni della salma con un incidente stradale. Eppure mio fratello aveva tutte le ossa rotte, pure quelle del cranio, segni di tortura e trascinamento, quasi il distacco della testa. Incaricammo il medico di parte, Giuseppe Daricello, di fare una controperizia che viene acquisita dalla Procura. Che a sua volta chiede al medico legale di fare un'altra perizia e di rispondere a una serie di quesiti in merito alla discrepanza tra le due analisi evidenziata dal nostro medico e dal magistrato che segue la vicenda, Gaspare Sturzo. Al medico legale viene assegnato un termine, ma dopo quasi 6 mesi non aveva ancora consegnato nulla nonostante la Procura lo pressasse. Insomma, c'è stato un gioco mirato a prendere tempo e spostare le date per potere chiudere il caso come irrisolto".

"Il corpo appeso con un gancio dentro un sacco"

A quel punto la famiglia di Antonio comincia a seguire altre vie. "Abbiamo contattato una serie di persone che vivevano a Cuba. Come alcuni imprenditori italiani, 'agganciati' attraverso vari canali per capire per capire cosa era realmente successo. Un imprenditore di Augusta e uno sardo ci fecero sapere che in realtà l'incidente era una falsa pista. Hanno visto il corpo di Antonio: era appeso con un gancio dentro un sacco di plastica, come un vitello, e ci hanno detto che era una vicenda che riguardava i militari. In poche parole da quanto ci è stato riferito, Antonio è stato sequestrato e torturato in un plesso appartenente allo Stato in una villa pubblica a Varadero. Eppure a noi hanno sempre continuato a parlare di incidente stradale. Ricordo che una volta, durante un confronto, il magistrato ci chiese: 'Antonio ha a che fare coi Servizi?' Mio padre si alzò stupito e voleva andare via. Il magistrato volle sapere perché viaggiava tanto. Antonio aveva un bel lavoro e guadagnava bene".

Il ruolo di Ana Lopez

Secondo le autorità dell’Avana, in macchina con Antonio viaggiavano anche Ana Lopez, un'altra donna spagnola, Ana Cerceda Costales, e un parrucchiere cubano, un certo Thomas, che Antonio e il suo amico napoletano avevano conosciuto nel precedente viaggio cubano. "Ci comunicarono che dall'incidente la Lopez era uscita ferita lievemente – spiega il fratello -, mentre l'altra spagnola si era rotta la colonna vertebrale ed era rimasta paralizzata".

L'unica rogatoria ammessa fu quella sulle due spagnole. Il procuratore aggiunto Luigi Croce e un magistrato partirono da Palermo per interrogare le due donne. "Una delle due non era affatto paralizzata. Entrambe dissero che non ricordavano nulla. Il magistrato ci mise in guardia: 'Fate attenzione alla Lopez, non sappiamo chi è questa signora'. Altro che tumore, lei stava bene e della sua malattia non ricordava nulla. Chi avrà dato alle due spagnole rassicurazioni sul loro silenzio?".

La pista del traffico di organi

"Recentemente un ingegnere svizzero che lavorava per il governo Usa dopo una serie di accertamenti mi ha spiegato che la morte di mio fratello è legata alla Lopez e al traffico d'organi. Ho saputo che da quel maggio del 1994 a fine 1995 in poi andò altre 42 volte a Cuba in appena 18 mesi, ipotizzando che potesse essere una spia. In questa vicenda si sono allungate da una parte ombre che hanno a che fare con la politica, con un sequestro finito male, e dall'altra c'è la questione del racket di organi".

La scarpa macchiata di sangue

Nell'incredibile giallo c'è anche una scarpa macchiata di sangue. "Quando arrivarono i reperti di mio fratello scoprimmo che c'era una Timberland sporca di sangue ma soltanto nella parte inferiore della suola. Come se avesse calpestato sangue. Strano per un'auto ribaltata. La scarpa fu sequestrata dalla Procura di Palermo poi però sparì. In compenso l'ambasciata italiana ci fece avere gli abiti di mio fratello completamente lavati, eliminando così ogni possibilità di indagare. Sì, non hanno mai offerto alcuna collaborazione per raggiungere la verità".

Indagini silenziate

Un giallo lungo 26 anni. La famiglia di Antonio punta il dito anche contro le autorità italiane.  "Credo che dal ministero degli Esteri sia partito il diktat di non andare a fondo alla vicenda. Fu posto un vero e proprio veto. Mio padre chiese a un noto penalista, che era un suo amico, di farci da avvocato difensore. Lui disse 'non posso'. Mio padre da allora non lo contatto mai più. Il sospetto terribile che iniziò ad affiorare poi trovò delle conferme. Fu chiesto da parte dello Stato italiano a un certo punto di silenziare la storia per evitare problemi visto che c'era un accordo tra Italia e Cuba e quindi la vicenda di mio fratello creava problemi diplomatici tra i due Paesi".

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Fonte: PalermoToday →
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