Martedì, 20 Aprile 2021
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La favola dell'export di armi leggere e munizioni "fondamentale per la tenuta economica"

Non è mai una cattiva idea tornare sul business dell'export di armi italiane nel mondo: è un argomento ramificato, complesso e poco raccontato. Giorgio Beretta (OPAL) a Today: "L'esportazione a regimi repressivi ha effetti devastanti sulle popolazioni mentre porta pochissimo beneficio al nostro commercio estero: arricchisce solo le aziende produttrici"

Immagine di repertorio di una fiera d'armi

E' circolata diffusamente nelle ultime ore la notizia del ritrovamento di bossoli di fabbricazione italiana dopo episodi di violenza scaturiti dal colpo di Stato in atto in Myanmar. Cerchiamo di vederci chiaro. Non è mai una cattiva idea tornare sul business dell'export di armi italiane nel mondo: è un argomento ramificato, complesso e poco raccontato. Le munizioni in questo caso sarebbero state utilizzate dalle forze governative per un assalto rivolto ad una ambulanza, "quindi in un contesto di ovvia violazione di diritti civili e di rafforzamento dell’autoritarismo dei militari dello Stato asiatico" secondo Rete italiana Pace e Disarmo. Non si sono mai fermate le proteste in Myanmar contro il colpo di Stato militare del primo febbraio, così come non si è fermata la brutale repressione della polizia e dell’esercito. Un’ondata di violenza che fatica a farsi spazio sulla stampa italiana. Sui social sono circolati in queste settimane anche brevi video di militari che sparano contro la folla inerme: pallottole di gomma, gas lacrimogeni e proiettili veri. I morti si contano a decine.

Cos'è questa storia dei bossoli di fabbricazione italiana trovati in Birmania

Un ritrovamento, quello dei bossoli di fabbricazione italiana, che va analizzato a fondo e si associa alla necessità - già ribadita anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - di fermare i flussi di armamenti da qualsiasi Paese verso il Myanmar: dagli anni ’90 è in atto un embargo totale europeo sulle armi in un Paese dove si assiste alla ennesima svolta autoritaria, non la prima della storia recente. Chiarire quale sia stato il percorso delle munizioni prodotte dall’azienda Cheddite srl di Livorno (che ha smentito qualsiasi fornitura diretta) per giungere in Myanmar è importante. Cheddite non ha quindi effettuato vendite dirette, e va ribadito, perché le norme sono chiare: non appaiono possibili vendite di armi a Rangoon proprio alla luce dell’embargo in vigore. Possibile che ci sia stata una “triangolazione” favorita da altri Paesi destinatari delle vendite. L'azienda produce principalmente cartucce da caccia e tiro oltre che bossoli e inneschi.

Beretta (OPAL): "Export armi leggere porta pochissimo beneficio al nostro commercio estero"

"La Cheddite, seppur iscritta dal 2014 al registro delle imprese del ministero della Difesa, non risulta abbia mai chiesto alcuna autorizzazione ad UAMA per esportare munizioni di tipo militare - conferma a Today Giorgio Beretta, analista della RIPD e dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia - Quindi può averle esportate solo come munizioni “comuni” che non sono sottoposte ai controlli della legge 185/1990 ma a quelli della legge 110/1975 secondo la quale è il Questore a rilasciare la licenza di esportazione e l'agenzia delle Dogane a certificarne la spedizione".

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Fonte immagine: Difesa

A chi le può vendere l'italia secondo l'attuale normativa?
"Le armi e munizioni di tipo militare – e sostanzialmente anche quelle comuni – ai sensi della legge 185/1990 (armi militari) e della legge 110/1975 (armi comuni) e del Trattato sulle armi (ATT) non dovrebbero essere vendute a Paesi sotto embargo, governi che sono responsabili di violazioni dei diritti umani e a Paesi in guerra" ci spiega Beretta.

Sono destinate anche a corpi di polizia dei regimi autoritari? 
"Purtroppo sì perchè molto spesso nonostante un Paese sia internazionalmente riconosciuto per le gravi violazioni dei diritti umani, se queste violazioni non vengono accertate dai “competenti organi delle Nazioni Unite e dell'Unione europea” è come se non esistessero. Prendiamo ad esempio l'Egitto, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi ecc. ai quali l'Italia esporta anche armi e munizioni che possono essere utilizzate per la repressione interna proprio perché mancano rapporti dei competenti organi internazionali".

E' proprio vero che la produzione di armi leggere e munizioni è fondamentale per la tenuta dell'export italiano? 
"Non è affatto vero ed è una favola che si continua a raccontare. L’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni (Anpam), riporta che l’Italia esporta ogni anno circa 300 milioni di euro di armi e circa 200 milioni di euro di munizioni sia si tipo comune che militare e per i corpi di sicurezza nazionali. Sembrano cifre rilevanti, ma non lo sono, se confrontiamo questi dati con altri settori, come ad esempio i prodotti di “utensileria e ferramenta” scopriamo dai dati uffciali dell'ISTAT che l'Italia ne esporta annualmente per quasi 5 miliardi, In altre parole, il settore dei prodotti della ferramenta è molto più rilevante per la nostra bilancia dei pagamenti rispetto a quello delle armi e munizioni che rappresenta solo una piccola porzione dell’esportazione italiana che si aggira intorno ai 460 miliardi all’anno. In sostanza, l'esportazione di armi soprattutto a regimi repressivi ha effetti devastanti sulle popolazioni mentre porta pochissimo beneficio al nostro commercio estero: arricchisce solo le aziende produttrici".

"Le munizioni devono essere considerate allo stesso livello delle armi leggere"

“Da tempo sosteniamo come le munizioni debbano essere considerate allo stesso livello delle armi leggere per il loro impatto devastante - sottolinea Francesco Vignarca coordinatore delle campagne di RIPD - perché quando nascono situazioni di conflitto, di tensione, di repressione è proprio il flusso di pallottole e munizioni ad essere il primo da fermare se l’obiettivo è quello di ridurre gli scontri. Ricordiamo inoltre che è attivo, con l’Italia partecipante, anche un “Programma d'azione ONU per prevenire, combattere e sradicare il commercio illegale di armi leggere e di piccolo calibro” che purtroppo a causa della posizione molti Paesi succubi delle lobby armiere, come si è visto anche nella Conferenza di Revisione del 2018 a cui esperti della nostra Rete hanno partecipato, non comprende e considera nel proprio ambito di applicazione le munizioni”.

Le associazioni fanno richieste più che ragionevoli al governo e al parlamento tutto: aprire una indagine completa e approfondita (che con richiesta di informazioni da parte parlamentare) al fine di capire sotto quale normativa e con quali procedure siano stati autorizzati all’esportazione i lotti relativi alle cartucce trovate in Myanmar. Ma anche inserire tutte le esportazioni di armi e munizioni sotto le procedure previste dalla Legge 185/90 senza fare distinzioni tra armi comuni e militari come avviene al momento, e poi promuovere da parte dell’Italia un’azione più concreta e decisa a livello internazionale (Unione Europea e Nazioni Unite) per mettere sotto controllo i flussi relativi al commercio di munizioni e munizionamento di tutte le tipologie.

Sarebbe il minimo: perché è una questione politica certo, ma anche etica.

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