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Venerdì, 27 Gennaio 2023
Mafia

Arresto Ciancimino, Borsellino: "Temo per la sua vita"

Il figlio di don Vito arrestato per evasione fiscale aggravata due giorni dopo l’avvio del processo sulla 'trattativa' Stato-mafia. Dopo le manette, la rabbia di Borsellino: "Ciancimino è in grave pericolo di vita"

Lunedì, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, nel ventennale della strage dei Georgofili (1:04 del 27 maggio 1993), è cominciato il processo sulla ‘trattativa’ Stato-mafia. Questa mattina, due giorni dopo la prima brevissima udienza, è stato arrestato Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito, ex sindaco di Palermo, uomo potentissimo nelle mani di Toto Riina e dei Corleonesi, è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere ed evasione fiscale aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra (una trentina i milioni di euro evasi). Le manette sono scattate su ordine del gip di Bologna Bruno Perla e la cosa ha fatto rumore. Sì perché il provvedimento restrittivo è arrivato nei giorni del maxi processo palermitano dove Ciancimino junior è imputato e allo stesso tempo testimone chiave della ‘trattativa’ tra Cosa nostra e le istituzioni. Di mezzo ci sarebbero le rivelazioni sul ‘papello’: dodici richieste allo Stato messe nero su bianco da Toto Riina e Bernardo Provenzano, ed un messaggero, don Vito appunto, il padre.

MOLTO RUMORE – La notizia dell’arresto di questa mattina ha il sapore della bomba e il botto ha riverberato in tutto il Paese. Da Bologna a Palermo e ritorno, con i commenti che hanno cominciato a fioccare come saette. Il fatto è che quel processo, in cui il ruolo di Ciancimino rimane centrale, è roba davvero grossa. Uno spaccato di storia pieno di ombre terribili e terrificanti, su cui la magistratura è decisa a far luce. Tanto grosso da avere come imputati personaggi come Totò Riina, Antonino Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Ma anche gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l'ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. Il tutto corredato con la scelta del rito abbreviato fatta dall’ex ministro democristiano Calogero Mannino. Un evento di proporzioni uniche, che vedrà sfilare tra i 178 teste, tanto per citare alcuni nomi, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso. Ma anche Ciampi e Amato.

L’ACCUSA – Ed il grosso della faccenda sta proprio nell’accusa mossa dai magistrati agli imputati. Secondo i pm la “trattativa” nacque dalle aspettative deluse dei boss di Cosa nostra sul Maxiprocesso, con la conferma in Cassazione, il 30 gennaio del 1992, degli ergastoli comminati cinque anni prima. Una decisione che spinse la mafia a chiudere, col sangue, i conti con chi riteneva responsabile di quella sconfitta, e contestualmente a cercare nuovi referenti politici. Il primo passo di quel progetto sarebbe stato l’omicidio dell'eurodeputato Dc Salvo Lima il 12 marzo 1992; seguito dalla minaccia di attentati a diversi esponenti politici. In questo contesto, sempre secondo l’accusa, si inserì l’ex ministro Calogero Mannino, che temendo per la propria vita, avrebbe dato l’input, attraverso il capo del Ros Antonio Subranni, all’avvio della trattativa che portò, dopo l'intercessione del generale del Ros Mario Mori con Vito Ciancimino, proprio al ‘papello’ con cui Totò Riina poneva le condizioni per far cessare le stragi. Tra cui, quella della revoca del carcere duro per i mafiosi. Ma c’è di più: successivamente la trattativa avrebbe percorso altri “canali”, come quello di Marcello Dell'Utri, ritenuto anello di congiunzione tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, che appena due anni dopo le stragi sarebbe diventato presidente del Consiglio.

BORSELLINO – Per questo, l’arresto del figlio di don Vito di questa mattina ha sparigliato gli animi. E c’è chi, come Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, il magistrato ‘socio’ di Giovanni Falcone ucciso in via D’Amelio il 19 luglio del ’92, c’è andato giù duro riguardo alla decisione assunta dal gip di Bologna. L’arresto “mi preoccupa”, ha dichiarato Borsellino raggiunto dalla notizia. “Decidere per l'arresto – ha spiegato Borsellino – per un reato del genere, un reato fiscale, in un momento così critico, cioè l'inizio del processo per la trattativa tra Stato-mafia, in cui Massimo Ciancimino è testimone, è una cosa che mi lascia da pensare”. E dopo le perplessità, e i sospetti, più o meno velati, Borsellino si lascia andare, tanto da prefigurare uno scenario  inquietante quanto antico: “Credo che Massimo Ciancimino sia in grave pericolo di morte, sono molto preoccupato. Non mi stupirei di un nuovo caso Sindona con un avvelenamento in carcere”. E ancora: “Purtroppo nella storia del nostro Paese non c’è solo la trattativa Stato-mafia ma anche la congiura del silenzio. Per merito di Massimo Ciancimino qualcosa stava venendo fuori, ma adesso le cose si fanno più difficili. Nelle carceri ci sono tanti suicidi dubbi che fanno pensare a suicidi assistiti. Non dobbiamo dimenticare il caso di Bernardo Provenzano. Appena si era ventilata la possibilità di un suo pentimento, ha subito un tentativo di dissuasione a suon di botte”.

AGENDE ROSSE – Ciancimino e il fratello del magistrato. Quel Borsellino del movimento delle ‘Agende Rosse’ (costituitosi parte civile nel processo di Palermo), convinto, che la strage che uccise suo fratello sia legata a doppio filo con le vicende della trattativa. E visto che con la trattativa Ciancimino è uscito allo scoperto, tra i due, anche se su fronti diametralmente opposti, è scattata una certa intesa (da alcuni molto discussa). Tant’è che, come riporta quest’oggi il Corriere.it, “non a caso lunedì mattina l’aspirante pentito poi incriminato per calunnia e mafia a Caltanissetta e Palermo, anziché sul banco degli imputati, stava spesso nell’area riservata al pubblico, confuso fra i giovani delle ‘Agende rosse’, accolto e salutato da Salvatore Borsellino. Vicino a loro anche quando, terminata l’udienza, gridavano tutti contro Mancino “fuori la mafia dallo Stato”.

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