Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

Ritardi, confusione e disuguaglianze: quando l'assistenza territoriale diventa un "lusso"

Il rapporto di Cittadinanzattiva fotografa lo stato dell'assistenza territoriale nel nostro Paese: confusione, difformità tra Regione e Regione, ritardi. E i cittadini si trovano a dover fare da soli, ricorrendo alle badanti e spendendo anche mille euro tra farmaci, assistenza e materiale sanitario

Cosa accade nelle case dei cittadini italiani che hanno bisogno dell'assistenza sanitaria territoriale? La garanzia di una continuità nell'assistenza sanitaria per pazienti una volta dimessi dall'ospedale è uno dei principi fondamentali del Servizio Sanitario nazionale. Sono previsti infatti servizi di assistenza domiciliare o residenziale, oltre alla possibilità di ricovero presso strutture sanitarie di lungodegenze o Rsa (ossia le case di riposo per persone anziane non autosufficienti). Con una popolazione sempre più vecchia e il conseguente aumento di patologie croniche, il tema delle cure primarie e della necessità di aggiornare i modelli di organizzazione previsti dal SSN è di centrale importanza. 

Il monitoraggio di Cittadinanzattiva

Cittadiananzattiva ha presentato oggi un rapporto sull'assistenza sanitaria territoriale, da cui emergono confusioni, difformità e ritardi che pesano sui cittadini e producono disuguaglianze. Il monitoraggio è stato condotto per 13 mesi da oltre 100 attivisti volontari del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, tramite questionari rivolti agli assessorati di 14 Regioni, alle Direzioni di 36 Asl, ai responsabili di 82 Distretti e ai 14 responsabili di Unità complesse primarie. Non solo: alle domande hanno risposto anche circa 1800 pazienti tra quelli in cure domiciliari e pazienti cronici che non necessitano di assistenza domiciliare. 

Confusioni e difformità

Un passo indietro: nel 2012 il Decreto Balduzzi ha rivoluzionato il sistema delle cure primarie nel nostro Paese affidando alle singole Regioni il compito di riorganizzare i servizi territoriali, per creare e fornire servizi di assistenza h24. Il decreto era ispirato al Chronic Care Model, un rivoluzionario approccio alla cura dei pazienti con cronicità basato sul fatto che essi stessi diventano parte integrante del processo assistenziale, messo a punto da un'equipe di medici californiani. Alcune Regioni si sono mosse in questa direzione, altre invece hanno preferito mantenere i precedenti assetti organizzativi. Il risultato è una pletora di sigle e modelli diversi per definire quelle unità che si occupano di cure territoriali, insieme all'offerta di servizi disomogeni. Per dire: i Centri diurni per la salute mentale sono in media 29,8 per Regione (sul campione intervistato) ma si va dai 3 del Molise ai 69 della Toscana passando per i 21 di Puglia e Piemonte e i 28 dell’Emilia Romagna. Idem per i Centri per l’Alzheimer che vanno dall’1 del Molise ai 109 del Veneto con 4 in Campania, 8 in Puglia e 11 in Umbria. E il 40% delle Regioni intervistate è sprovvisto di Centri diurni per persone con autismo. Nel 75% delle Regioni monitorate, le funzioni delle ATF (Aggregazioni Funzionali Territoriali) sono riportate negli atti regionali, ma l’esplicitazione di un coordinamento tra AFT e UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie) è ferma al 63%.Soprattutto, quello che emerge dal monitoraggio è un'assistenza domiciliare non per tutti e a rischio sotto il profilo della qualità e quantità.

L'assistenza domiciliare in Italia

Nella maggioranza dei casi l'assistenza domiciliare viene erogata secondo un sistema misto, cioè avvalendosi di cooperative di servizi socio-sanitari e/o società di servizi, associazioni di volontariato, enti religiosi e altro. 
Se da un lato i cittadini apprezzano la disponibilità e la professionalità degli operatori delle cure domiciliari, dall'altro in due casi su cinque si lamentano dell'eccessiva rotazione del personale che viene inviato a casa. Eppure solo il 41 % di distretti o delle Asl che ha esternalizzato i servizi ha interesse a sapere se ci sono aspetti su cui i cittadini non sono soddisfatti. 

Dentro le mura domestiche

Il piano personalizzato di assistenza è costruito col paziente in poco più di un caso su due (54%) e circa in due casi su tre con il familiare (66,7%). Un familiare su 5 dice che non gli sono stati comunicati i contenuti del Piano Assistenziale individuale definito, che rimane sconosciuto anche a più di un paziente su tre. Due su cinque invece non hanno avuto informazioni su come prevenire o gestire le lesioni da decubito a fronte di 1 su 5 che dichiara l’insorgenza delle lesioni dopo l’avvio delle cure domiciliari. Nell’80% dei casi non si è formati a gestire il dolore, e in stessa misura non viene nemmeno misurato e controllato dall’equipe di cura. Altro problema è quello della reperibilità di un professionista sanitario, che si concentra soprattutto nella fascia oraria 7-14 per poi ridursi drasticamente: così più di un cittadino su due è costretto ad affidarsi a una badante, integrando quindi l'assistenza a proprie spese (più di un cittadino su 10 intervistato sostiene oltre mille euro al mese tra farmaci, integratori alimentari, badante, fisioterapista, materiale sanitario). Dal monitoraggio emerge poi che 1 cittadino su 4 attende più di 30 giorni per un materassino o cuscion antidecubito, mentre 1 su 10 aspetta oltre un mese anche per farmaci indispensabili. 

"Servono standard quantitativi e qualitativi nazionali"

"E’ urgente che Stato e Regioni lavorino al DM 70 dell’assistenza territoriale che, analogamente a quanto si è fatto per gli ospedali, definisca gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici da garantire a tutti i cittadini in tutte le aree del Paese: dal nord al sud, nelle grandi città come nei piccoli centri e nelle aree interne più disagiate. Abbiamo bisogno di poter contare non solo sull’ospedale, ma di trovare nel territorio un punto di riferimento affidabile e presente sempre. E’ ora di passare dalle enunciazioni e promesse ai fatti", dice Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, che poi aggiunge: "E’ necessario infine che questo pilastro del Servizio Sanitario Nazionale sia anch’esso misurato nei sistemi istituzionali di valutazione in termini di accessibilità, qualità e sicurezza, esiti di salute, uso efficiente delle risorse allocate. Nell’attesa, noi lo abbiamo cominciato a fare". 

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