Venerdì, 24 Settembre 2021
INTERVISTA

"Anche la guerra ha delle regole: basta bombe sugli ospedali"

Dopo l'ennesimo bombardamento di una struttura sanitaria abbiamo intervistato il presidente di Medici senza frontiere: "Così si calpestano le convenzioni internazionali. Non possiamo abituarci alle tragedie"

Pochi giorni fa è arrivata l'ennesima terribile notizia: un'altra struttura sanitaria in una zona di guerra è stata bersaglio di un bombardamento. Questa volta è toccato all'ospedale da campo di Medici senza frontiere (Msf) a Erbina, nei pressi di Damasco in Siria. Il tutto è successo mentre le vittime di quel bombardamento arrivavano in quella struttura per cercare cura e aiuto. 

Ma non è certo la prima struttura sanitaria e umanitaria che diventa "vittima" delle guerre in corso: poco più di un mese fa un ospedale di Msf a Kunduz, in Afghanistan, è stato colpito da diverse bombe lanciate per errore da un aereo della Nato. Persino il presidente Usa Barack Obama si è dovuto pubblicamente scusare per quel terribile errore. Ma quello stillicidio non si è mai fermato, anzi sembra andare avanti, come ci spiega Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere - Italia.

Le strutture sanitarie sono sempre stati obiettivi militari? 

"Non è la prima volta che succede: durante la guerra ceceno russa ci fu un grosso attacco all'ospedale di Grosny. E' successo anche in ex Jugoslavia, nei dieci anni di conflitto. Ma all'epoca erano casi isolati e stigmatizzati da parte della comunità internazionale, perché questi eventi calpestano la convenzione di Ginevra. Adesso si susseguono gravissime e interminabili violazioni: il 3 ottobre c'è stato Kunduz, lo stesso qualche giorno dopo è successo in Yemen. Nei giorni seguenti almeno 12 strutture sanitarie sono state colpite in Siria, a nord di Aleppo e Idlib e a est di Latakia, zone dove noi continuiamo a lavorare. La situazione è gravissima in particolare dopo quest'ultimo incidente: tutto è successo mentre si stavano curando persone che avevano appena subìto un bombardamento. Così sono morti due colleghi e ancora non sappiamo con esattezza quanti siano i feriti. Senza i governi che le tutelano le convenzioni internazionali perdono senso. Il meccanismo innestato sembra proprio questo"

Anche l'opinione pubblica ha perso fiducia?

"L'opinione pubblica ha riconosciuto quello che è successo ma al di là di questo sollevamento popolare non c'è stata nessuna presa di posizione da parte di nessun governo. Nessuno ha detto "fermate i bombardamenti nel nome della convezione di Ginevra". L'escalation della "guerra al terrore" fa perdere di vista alcuni imperativi umanitari che finora davamo per assodati. Ci sono sempre più guerre in questo momento ma bisogna ricordare che anche le guerre hanno delle regole"

Il personale umanitario impegnato in zone di guerra è più in pericolo rispetto a prima?

"Sicuramente, su questo non c'è il minimo dubbio. Lavorare in quei contesti è un rischio chiaro e sarebbe vile immaginare delle ong che non lo sottolineano a chi parte. Kunduz era una trauma center in un'area ampia, la struttura era conosciuta, era un vero e proprio punto di riferimento dove le persone si sentivano al sicuro. Quando è stata distrutta quella sicurezza è venuta meno"

Spesso anche alcuni personaggi pubblici hanno mostrato un certo cinismo nel giudicare chi lavora nel mondo della cooperazione e delle associazioni umanitarie. Questo tipo di atteggiamento ha avuto delle conseguenze sul vostro lavoro?

"Non conseguenze dirette, visto che il numero delle persone che ci sostengono rimangono fisse. In Italia Medici senza frontiere vive con i fondi privati di chi crede in quello che facciamo e in questo senso non ci sono state conseguenze. Il discorso dello "statevene a casa" è vecchio ma sappiamo che per noi e per i nostri sostenitori è importante dare delle risposte concrete nel momento in cui è più necessario, come adesso. Con il rispetto delle regole di sicurezza continuiamo a pensare che dare voce a chi non ce l'ha e salvare più vite possibili sia l'unico modo di continuare il cammino su questa Terra. Quando si affronta il problema dell'altro una parte di cinismo si perde inevitabilmente, si comprende che quel problema non è del singolo ma dell'umanità"

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La commemorazione del bombardamento dell'ospedale di Kunduz a Roma - Foto Infophoto

Si è forse persa quella "cultura pacifista" che vedevamo ad esempio quando dopo l'attacco alle Torri gemelle e la guerra in Afganistan?

"In effetti manca l'attivismo che oggi è stato sostituito con click e like. Questo è un grave problema: se l'opinione pubblica è basata soltanto sui tweet i governi possono tranquillamente non tenerne conto. Bisogna riprendere la strada delle manifestazioni, uno spazio di dibattito ampio che oggi manca, ma che all'epoca riusciva a travalicare le mura di casa. Bisogna rimanere critici e tenere presente che il diritto umanitario internazionale va tutelato sempre, soprattutto adesso che viene bistrattato anche da quegli Stati che si sono definiti suoi "portatori. Non possiamo normalizzare queste tragedie, non possiamo abituarci allo stillicidio. Dobbiamo uscire dai social network e tornare per le strade"

Lei è stato in Siria e adesso molte persone che lavorano insieme a lei sono in zone a rischio. Cosa direbbe a chi invece ha paura?

"Rispettiamo la paura di tutti ed è evidente che il momento è complicato. Sono successe delle tragedie più vicine a noi ma quotidianamente centinaia di civili vengono uccisi in Siria: nell'ultimo report dell'Osservatorio siriano per i Diritti Umani si parlava di 122 morti in un solo giorno. I parenti, gli amici di queste persone scappano e cercano di venire qui affrontando dei viaggi pericolosi ma trovano poi la strada sbarrata e le frontiere chiuse. Sono loro le prime vittime dell'Isis e per questo tentano di scappare. Concentriamoci sul dolore di chi vive questo conflitto da cinque anni. Ho lavorato in Siria e noi stessi, che tutto sommato stavamo lì in loco solo alcuni mesi, eravamo terrorizzati. In questo momento non siamo solo noi a vivere nel terrore come a Parigi e Bruxelles: immaginate cosa vuole dire vivere in Siria, senza sapere se da un momento all'altro arriva un bombardamento. Dobbiamo continuare a essere solidali e aperti con quelle persone". 

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