Sabato, 16 Ottobre 2021
Cronaca Rieti

Le Brigate e l’emergenza terremoto Centro Italia: “Noi, l’opposto della Protezione civile”

Intervista a Marco Fars, uno dei ‘briganti’ al lavoro nel cratere tra Amatrice e Norcia: “Prima di aiutare i terremotati parliamo con loro e sentiamo di cosa hanno bisogno. Applicare un modello predefinito uccide i territori". Dall'agroalimentare alle economie sostenibili per ridar vita alle imprese del territorio: le ricette per risorgere

Marco Fars è uno dei 'briganti' impegnati nell’intervento della Brigate della solidarietà attiva nel cratere del terremoto del Centro Italia. Lo abbiamo intervistato per farci spiegare, nel concreto, come sono organizzati i ‘briganti’ dislocati in quattro regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche.

Il reportage da Amatrice: dove osano i briganti

In cosa consiste il vostro intervento nel cratere?

Quello che avete visto ad Amatrice è il modello applicato, seppur con le dovute differenze, anche in provincia Macerata, di Ascoli Piceno e in quel di Norcia. Ad Amatrice, e da pochi giorni a Norcia, abbiamo potuto montare un tendone e installare dei container; in altri luoghi abbiamo una base tecnica dalla quale ci muoviamo per raggiungere i vari comuni e le varie frazioni del cratere. 

Le varie scosse, e le fitte nevicate di questo inverno, vi hanno costretto a riconfigurare l’intervento di volta in volta?

L’autorganizzazione permette di poter rimodulare un intervento: grazie al confronto in assemblea, ad esempio, il sindaco di Pieve Torina ha disciplinato e normato l’autonoma sistemazione. Così gli abitanti del comune hanno potuto mettere dei manufatti temporanei nei loro terreni bypassando la rigidità delle regole del governo. In altri territori, purtroppo, questo non è stato possibile: in questi casi diventa fondamentale la collaborazione delle istituzioni locali. Il nostro modo di operare non è verticistico come quello della Protezione civile che applica un modello astratto “a prescindere” dalle situazioni e lo cala dall’alto sui territori. E se sei fuori da questo schema, sei il nulla. Noi invece ci muoviamo coinvolgendo le popolazioni e, ad esempio, abbiamo capito come a Pieve Torina la gente avesse bisogno di container monofamiliari per scollinare l’inverno e, per fortuna, sulla nostra strada abbiamo trovato un sindaco che ha dato una linea, evitando di trasformare i terremotati in “abusivi” solo per aver messo una roulotte nel proprio giardino.

Come si interviene in una zona ampia come quella del Centro Italia, fatta di piccoli comuni e frazioni isolate?

Il primo passo è mappare il territorio partendo dal coinvolgimento degli abitanti del posto: e questo porta, in molti casi, a trasformare gli stessi terremotati in ‘briganti’. Penso a Livia di Fiastra, in provincia di Macerata, che ci ha scoperti tramite internet, ci ha contattati, ed è diventata il motore delle Brigate nelle sue zone. L’esempio di Amatrice che avete visto con i vostri occhi è l’esempio del nostro modello di intervento: lì abbiamo creato tre percorsi di staffette tramite le quali riusciamo a raggiungere tutte le frazioni; una volta lì, recepiamo i bisogni della popolazioni e ci attiviamo. In pratica, è il contrario del modello di azione della Protezione civile, che cala dall’alto uno schema di intervento predefinito che non sempre incontra i reali bisogni del territorio.

Ad Amatrice abbiamo notato come l’età media dei “briganti” sia molto bassa. Questo comporta che gli spacci delle Brigate siano, passami il termine, “attrattivi” per i giovani delle zone terremotate. Penso a Leo, ai ragazzi di Amatrice 2.0, nati “nelle” Brigate.

Sentirti citare Leo e i ragazzi di Amatrice 2.0 mi ha fatto venire la pelle d’oca: significa che stiamo facendo bene il nostro lavoro. Noi, di fatto, non “ospedalizziamo” i terremotati. Non li facciamo sentire come dei malati da assistere. E’ questo il modello delle Brigate: noi non siamo “tra” loro; siamo “come” loro. Noi condividiamo quello che stanno vivendo. Cerchiamo di evitare il ruolo spersonalizzante del medico con il paziente e lavoriamo per creare dei luoghi di socializzazione dove fare in modo che la gente si auto-aiuti. Solo così si recupera una dimensione umana e si riesce a far sorridere chi vive in luoghi così drammatici. Per farlo, ci siamo dotati concretamente di un rigido vademecum. Ti faccio solo un esempio: una delle nostre regole non derogabili è quella che vieta ai volontari di fotografarsi vicino alle macerie per impedire che venga prodotta una comunicazione del dolore. Gli attivisti, anche suoi loro profili Facebook privati, non devono mai spettacolarizzare il dramma ma, al contrario, mostrare l’allegria della solidarietà.

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Qual è la differenza tra intervenire dopo un terremoto a ridosso di una città, come L’Aquila, o in piccoli comuni già spopolati e isolati come ad Amatrice?

L’Aquila era una città viva, che attirava studenti e lavoratori che vivevano in provincia. Sono state le 19 new town volute da Berlusconi e Bertolaso a mettere il capoluogo a rischio spopolamento. Però una città colpita da un terremoto si può riprendere: ad Amatrice, a Norcia, nelle Marche invece ci sono decine di micro-comunità sparpagliate nel cratere. Ad esempio il borgo storico di Arquata, che dai censimenti risulta abitato da 1.500 persone, d’inverno è vissuto da una cinquantina di cittadini sparpagliati in tutte le frazioni, che molte volte sono solo un crocicchio di strade con cinque famiglie. Nel cratere non c’è un centro attrattivo ed è per questo che non si può applicare un modello predefinito di intervento: qui, il tema, non può essere solo quello della ricostruzione dei borghi e delle abitazioni ma bisogna ripensare un’economia per questi territori considerando che gran parte dei residenti viveva essenzialmente di sussistenza legata alle produzioni agricole e alimentari.

Come si può far risorgere questa economia?

C’è una sola strada percorribile e indicata dagli stessi abitanti: aprire un mercato per i loro prodotti, dando loro la possibilità di venderli fuori dal cratere. Se ci sono dieci allevatori che producono latte, dobbiamo fare in modo di trasformarli in lavoratori del latte, consentirgli un salto produttivo e dotarli, ad esempio, di laboratori di trasformazione da gestire come “bene comune”. Bisogna tornare indietro nel tempo, all’epoca dei frantoi e delle terre comuni. Solo recuperando quello spirito di mutualismo si darà agli abitanti del cratere la possibilità di rinascere economicamente. 

Di fatto, la vostra proposta è diametralmente opposta a quella, ad esempio, di Della Valle che ha lanciato l’idea di aprire una fabbrica nelle zone terremotate.

L’unica strada percorribile è valorizzare le peculiarità delle produzioni agricole e alimentari della zona, aggiungere valore ai prodotti locali e creare un’economia sostenibile e inevitabilmente alternativa ai modelli fin qui perseguiti. E’ inutile impiantare una fabbrica ad Arquata come proposto da Della Valle: sarebbe come mettere uno stabilimento della Fiat a Cortina d’Ampezzo. La strada deve essere quella di creare fattorie “bio”, laboratori di produzione agricoli e alimentari di qualità. In poche parole si deve “approfittare” del dramma del terremoto per dare forza alle piccole imprese che già operavano sul territorio.
 

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