Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca Rieti

Da L’Aquila ad Amatrice, “le Brigate e il pensiero ruvido basato sulle pratiche”

Francesco Piobbichi è uno dei primi “briganti della solidarietà attiva”. Lo abbiamo intervistato per capire l’idea che c’è dietro un’organizzazione “orizzontale e giovane”

“Chiamami su WhatsApp”. Raggiungiamo Francesco Piobbichi telefonicamente: è in Libano per un progetto con i migranti in fuga dalla Siria. "Ma per parlare delle Brigate della solidarietà attiva il tempo lo troverò sempre”. 

Il reportage da Amatrice: dove osano i briganti

Francesco, ci spieghi come sono nate le Brigate?

Il percorso parte da una riflessione generale sul terreno della crisi economica, politica e sociale: c’era – e c’è ancora - la necessità di riconnettere le classi popolari con le pratiche, di dar vita a nuove forme di organizzazioni mutualistiche come teorizzate da Pino Ferraris (dirigente politico, sindacalista e studioso, fu condirettore del “manifesto” nel 1976, ndr) sull’esempio delle forme di associazionismo popolare del Partito Operaio Belga alla fine dell’800. E’ da qui che nasce l’idea delle Brigate: la nostra prima ‘apparizione’ è subito dopo il terremoto de L’Aquila, nel 2009. Ed era una vera scommessa: quella di portare in un luogo distrutto un gruppo di persone che applicasse un modello ‘a presa diretta’, senza logistica nè una dimensione organizzativa precedente. Solo una volta sul luogo si può capire cosa serva alla popolazioni, quali pratiche possano aiutare un territorio a ripartire.

Oggi, però, non siamo alle fine dell’800 e l’operaismo è qualcosa di ‘preistorico’. Qual è il terreno che consente di aggregare persone di tutte le età, provenienti da tutte le parti di Italia?

Tutto parte, inizia a svilupparsi, sulla rete: da Facebook e da WhatsApp. Siamo la prova di come la digitalizzazione possa essere utilizzata in un terreno ‘altro’: mette in contatto singole coscienze e sviluppa una collettività. Ed è tramite questi strumenti che riusciamo a intervenire su un terreno ‘orizzontale’. L’idea che mettiamo in pratica è quella di usare un’organizzazione istantanea nelle emergenze.

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Quando siete arrivati a L’Aquila, dopo il sisma del 2009, come vi siete mossi? Quali sono stati i primi passi effettuati nella zona del cratere? 

Il nostro modo di operare è molto più semplice di quanto si possa pensare: cerchiamo di promuovere processi di autorganizzazione della popolazione, in prima persona. Le Brigate rimuovono in tutto e per tutto la verticalità del sistema di Protezione civile: “Dal popolo per il popolo” non è uno slogan, è il motore della nostra azione. La gente dona a noi beni di prima necessità e noi li distribuiamo direttamente a chi ne ha bisogno, senza passaggi intermedi, autorizzazioni di funzionari, come avviene nelle grandi organizzazioni.

Come vi finanziate? 

Attraverso benefit che ci danno modo di attivare pratiche di mutualismo diretto: tutto quello che viene donato per l’emergenza terremoto viene reinvestito per l’emergenza terremoto. Nessuno di noi viene retribuito, è tutto lavoro volontario.

Come si può aderire alle Brigate della Solidarietà Attiva e diventare volontari? 

Le Bsa funzionano ‘a presa diretta’: si fa domanda sul sito e si viene contattati da chi organizza i turni delle Brigate. Ed è proprio questa la nostra forza: chiunque, in un attimo, può diventare un ‘Brigante’ e iniziare a lavorare nei vari spacci popolari. Qui il rapporto con la popolazione è di totale condivisione degli spazi: questo ci pone su un terreno di lungo respiro che ha l’obiettivo di costruire la risposta al bisogno e dimostrare che oggi, la solidarietà, per essere vincente deve essere sociale e collettiva. 

Alla base delle Bsa c’è, quindi, una forte impronta politica.

E’ arrivato il momento di ristrutturare il welfare, schiacciato dagli attuali modelli economici e l’unica strada per farlo è sul terreno dell’autorganizzazione sociale contro uno Stato che pensa solo a salvare i ricchi. C’è bisogno di uno strumento di difesa popolare che superi in avanti la crisi del politicismo dei partiti e l’autismo di molti centri sociali, che ragioni su nuove forme di confederalità sociale. Il terremoto, in fondo, è anche un acceleratore della crisi.

Dove vogliono arrivare le Brigate? 

Noi interveniamo contro la solitudine di chi affronta una crisi: costruiamo forme di convivialità che fanno bene anche ai militanti stessi. Per molti le Brigate sono un luogo per uscire dalla passività sociale. Qui si ritrova un nuovo protagonismo sociale in grado di rompere la solitudine che, oggi, è diventata un terreno di confronto politico. “Tutti per uno e uno per tutti” è il codice sorgente di questa forma politica collettiva in grado di rompere silenzi e paure. La nostra speranza è che le Brigate possano generare in Italia un processo di moltiplicazione di nuove strutture di soccorso popolare. Oggi, posso dire, sono uno straordinario esempio di confederalità sociale: abbiamo fatto le casse di resistenza per l’Agile, abbiamo raccolto fondi per le fabbriche in crisi. Abbiamo fatto lo sciopero di Nardò. In qualsiasi campo, l’obiettivo è che nessuno resti solo e che, al tempo stesso, sia orgoglioso di appartenere a un qualcosa che esca dalle pericolose dinamiche del vittimismo e dello ‘sconfittismo’: siamo gente che sta in mezzo alla strada e lì porta avanti il pensiero ruvido basato sulle pratiche.

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