Lunedì, 14 Giugno 2021
Caporalato / Firenze

Turni di 14 ore al giorno a 3 euro l'ora per fabbricare borse: arrestati due imprenditori

Decine i lavoratori stranieri sfruttati "come nell'Ottocento" nei capannoni a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. Nei guai una coppia di cinesi che operano nel settore della lavorazione del pellame e della produzione di borse, insieme ad altri due indagati

Turni di 14 ore al giorno, pagati poco più di 3 euro l’ora, senza riposi, senza nemmeno il tempo di un pausa pranzo e costretti a consumare sul posto pasti di fortuna preparati con cucine alimentate da bombole a gas. Un "sistema" che andava avanti da anni, a cui hanno messo fine gli investigatori della Guardia di Finanza di Firenze e la Procura con un'operazione contro il caporalato nel settore manifatturiero a Campi di Bisanzio (Firenze), in un’area, quella della Piana fiorentina, dove il fenomeno "molto difficile da sradicare", come ha spiegato il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.

Quattro le persone indagate, alle quali vengono contestati i reati di caporalato, bancarotta fraudolenta, frode fiscale e i sfruttamento illecito dei lavoratori. Tutti sono impiegati nel settore della lavorazione del pellame e nella produzione di borse per conto terzi: una coppia di imprenditori cinesi, marito e moglie, sono finiti agli arresti in esecuzione della misura di custodia cautelare in carcere e nei cui confronti è stato disposto un sequestro per equivalente di beni per 522.883. Sottoposti a divieto di dimora altri due cinesi, familiari degli arrestati.

Le indagini hanno permesso di individuare alcuni capannoni nel comune di Campi Bisenzio dove i quattro imprenditori cinesi sfruttavano la manodopera straniera (cinesi, pakistani e bengalesi). Le attività investigative hanno consentito di individuare una società romana, con un'unità locale a Calenzano (Firenze), che subappaltava le proprie lavorazioni per conto terzi a una società di capitali gestita da una coppia cinese, che a sua volta conferiva le lavorazioni a ditte individuali caratterizzati da una breve durata operativa e a loro ricondotte, successivamente lasciate con elevati debiti erariali, svuotate di liquidità e sostituite da altre operanti negli stessi luoghi e con gli stessi macchinari e forza lavoro.

Lavoratori sfruttati "come nell'Ottocento"

L’operazione è scattata dopo lunghe indagini che, grazie a intercettazioni telefoniche, pedinamenti, videoregistrazioni, hanno consentito di scoperchiare condizioni di sfruttamento "come nell'Ottocento", come ha detto il comandante regionale delle fiamme gialle Bruno Bartaloni. Attraverso un sistema di appalti e sub appalti, le commesse di prodotti in pelle "di noti marchi che vediamo esposti in negozi di prestigio" arrivavano, in fondo alla catena, ad essere fabbricati da lavoratori tenuti in capannoni a Campi Bisenzio in condizioni di semi schiavitù. Anche se "le griffe coinvolte (di cui non sono stati fatti nomi, ndr) sono escluse da ogni ipotesi di reato". Alcuni grandi marchi commissionavano commesse fino a circa 5/6 milioni di euro ad una società, che poi a sua volta commissionata i lavori ad un'altra Srl che a sua volta si rivolgeva a ditte individuali. Questi ultimi anelli della catena, Srl e ditte individuali, erano in realtà tutti gestiti dagli arrestati, in sistema che prevedeva la nascita e la 'morte' continua delle aziende così da evitare pagamenti delle tasse alle casse dello Stato.

La società di capitali e le ditte individuali susseguitesi nel tempo, tra il 2013 e il 2019, hanno maturato circa 589.000 euro di debiti erariali iscritti a ruolo ed evaso imposte per 522.883 euro, mentre le indagini finanziarie hanno fatto emergere prelevamenti e bonifici per circa 1,2 milioni di euro. Su istanza della Procura della Repubblica di Firenze, la società di capitali e due ditte individuali sono state dichiarate fallite dal Tribunale e, all’esito delle attività investigative, oltre all’accusa di caporalato, sono stati configurati, a vario titolo, reati di bancarotta fraudolenta, dichiarazione fraudolenta e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte nonché un’attività di raccolta e smaltimento illecito di rifiuti speciali, avendo abbandonato residui alimentari e bidoni di olio all’esterno della struttura.

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