Venerdì, 16 Aprile 2021

Carabinieri arrestati, due anni fa l'encomio solenne per la lotta allo spaccio

I componenti della caserma Levante ricevettero una menzione speciale "per essersi distinti nell'attività di contrasto" al traffico di sostanze stupefacenti. Ma dalle carte dell'inchiesta emergono metodi inquietanti per fare più arresti possibili: "È una questione di orgoglio"

ANSA/PRESS OFFICE/GUARDIA DI FINANZA

Nel giugno 2018, nel corso della cerimonia per i 204 anni della fondazione dell'Arma, la stazione dei carabinieri di Piacenza Levante fu premiata per meriti speciali. Ai componenti della caserma il comandante della legione carabinieri Emilia Romagna riconobbe infatti una menzione particolare "per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo e istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell'attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti".

Un premio che solo due anni dopo sa di beffa. L’inchiesta Odysseus, coordinata dal procuratore capo di Piacenza Grazia Pradella, ha fatto emergere un sistema di illegalità diffusa: arresti illegali, perquisizioni ed ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsioni, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Questi alcuni dei reati contestati a vario titolo ai carabinieri arrestati.  

Il ruolo dell'appuntato Montella

A capo della "banda" della Levante, stando a quanto emerge dalle carte dell’inchiesta, c’era l’appuntato Giuseppe Montella, detto Peppe. Un militare di basso grado che però non badava a spese: oltre alla villa da 270mila euro fuori Piacenza, negli anni si era concesso il lusso di cambiare 11 auto, tra cui quattro Bmw, una Porsche Cayenne e due Mercedes, e 16 moto.

Secondo gli inquirenti, Giuseppe Montella si atteggiava a a vero e proprio comandante della stazione. Era lui a dare ordini e a impartire le direttive ai colleghi, anche di più alto grado. "È sempre lui a fare, a monte, le scelte operative ad onta del suo grado - si legge nell’ordinanza del Gip -, sostituendo e soverchiando il vero comandante, il maresciallo maggiore Marco Orlando che pare un semplice esecutore di ordini altrui anche quando telefona al maggiore Stefano Bezzeccheri su invito dello stesso Montella per avere l'auto civetta (per fare vari servizi in borghese volti a compiere arresti ndr). Tutto questo avvallato dallo stesso maggiore che per le proprie opzioni lavorative scavalca la linea gerarchica interfacciandosi direttamente con un appuntato semplice piuttosto che con il maresciallo maggiore".

Gli arresti illegali

Nell'ordinanza del gip Luca Milani emergono dettagli che fanno accapponare la pelle. Almeno dall’esterno i militari della Levante sembravano pronti a tutto pur di far rispettare la legge, tanto da meritare un encomio speciale per i risultati ottenuti. In realtà, secondo gli inquirenti, non esitavano a ricorrere alla menzogna pur di apparire ligi al dovere agli occhi dei superiori. E non lesinavano il ricorso a metodi spicci nei confronti di persone sospettate di reati.

Le accuse contro i carabinieri: dichiarazioni estorte a suon di botte

Nell’ordinanza, si legge su IlPiacenza, è riportata in particolare la circostanza realativa all’arresto di un egiziano per cessione di sostanze stupefacenti. Stando al racconto che il maresciallo della caserma fa al pm, erano stati trovati 24 grammi di hashish, 75 euro e un taglierino. Dalle intercettazioni però si evince che la descrizione dei fatti non era veritiera, ossia non c'era stata nessuna cessione. Quello definito cliente non era altro che un uomo che era uscito da quel condominio e che veniva percosso e privato del cellulare e del portafoglio, mentre il pusher in caserma veniva picchiato almeno in tre momenti diversi. Durante il pomeriggio Montella, si legge nell’ordinanza, provvedeva a suddividere in dosi la droga trovata per aggravare la posizione dello straniero. Al magistrato veniva detto che l'arrestato aveva ammesso le proprie responsabilità, mentre all'arrestato venne fatto firmare un verbale di spontanee dichiarazioni che invece erano state estorte a suon di botte.

Ancora una volta - scrive il gip - risulta del tutto censurabile l'atteggiamento del comandante Orlando, il quale dapprima ha comunicato al pm circostanze false, poi avvalla l'operato di Montella nell'estorcere le spontanee dichiarazioni ben sapendo che ciò non sarebbe avvenuto con garbo e gentilezza.

Il maresciallo: "Non voglio rimanere qua, fanno le cose aumma aumma"

E che i militari della Levante non fossero proprio campioni di gentilezza si capisce chiaramente anche ascoltando le parole di un maresciallo da poco in forza alla caserma, che parla con il padre. "Non voglio rimanere qua...fanno le cose aumma aumma..che il comandante...". E poi:  "Lo sai perché se lo possono permettere? perché portano gli arresti. Hanno i ganci!".

Come si è visto il giovane maresciallo - prosegue il Gip Milani - era stato costretto a riconoscere che, in presenza di risultati in termini di arresti eseguiti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai militari loro sottoposti.

Il rapporto tra Montella e i suoi superiori

Nell'inchiesta viene indagato particolarmente il rapporto tra l'appuntato Montella, il maresciallo Orlando e il maggiore Bezzeccheri.

Secondo gli inquirenti, il comportamento del comandante, che avrebbe trovato in Montella un referente all’interno della Levante, è dettato dalla scarsa stima nutrita nei confronti del maresciallo Orlando, incapace a suo dire, di sfruttare le enormi potenzialità degli uomini a sua disposizione. L'obiettivo del maggiore è quello - si legge - di conseguire più risultati di servizio possibili al fine di contrastare i successi operativi che, ultimamente, sono appannaggio dei Colleghi di Bobbio e di Rivergaro, da lui ritenuti "potenzialmente inferiori" rispetto ai militari di Piacenza.

"Una questione di orgoglio"

Dalle intecrettazioni si evince che il maggiore voleva fare un discorso serio a Montella: "Io voglio parlare con te, Orlando lo metto a posto io, così come l'anno scorso ho disposto, dicevo: alla Levante non gli dovete rompere i coglioni coi servizi, ordine pubblico, scorte etc, perché dovevate fare un certo tipo di lavoro e effettivamente...diciamo i numeri parlano ma anche i fatti perché poi...al quartiere Roma, lì non c'è più nessuno, si sò spostati in via Calciati e pure lì li avete bastonati". 

E ancora, durante una conversazione tra Montella e il maggiore, l'ufficiale dice: "Perché io sò fatto così, Montè, a Rivergaro e a Bobbio gli devo fare un culo così. Ma non perché...è una questione di orgoglio e perché mi gira il culo che gente, che rispetto a voi non vale un cazzo, fanno i figurini con il colonnello, col comandante della Legione etc. A me non me ne frega un cazzo, io parlo a nome della compagnia di Piacenza. Non è la faccenda Bezzeccheri, io tra poco me ne vado, è una questione di dignità ed orgoglio".

Le circostanze riportate  - spiega il Gip - chiudono il cerchio riguardo ai gravi fatti descritti. In forza di una peculiare congiuntura, nello stesso momento storico si sono trovati ad operare, nelle medesima compagnia carabinieri di una città piccola come Piacenza, un militare incline a sfruttare il proprio ruolo per accrescere i profitti delle attività illecite svolte nel contempo (Montella) e un comandante (Bezzecheri) che non solo non operava alcuna attività di vigilanza per rendersi conto di tali scenari ma anzi finiva per assencondarli, spronando Montella a rivolgere il suo servizio verso il massimo risultato da conseguire con il minimo sforzo.
 

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