Giovedì, 29 Luglio 2021
Disagi e degrado / Caserta

L'acqua di pozzo, la discarica e le brande in ferro inchiodate al pavimento: Santa Maria Capua Vetere, un carcere "disumano"

La magistratura sta indagando sulle violenze di alcuni agenti della polizia penitenziaria su persone che non avevano modo e possibilità di difendersi. Ma i problemi nell'istituto penitenziario in provincia di Caserta non nascono dalla protesta dei detenuti preoccupati per un caso di positività al coronavirus nella struttura nell'aprile 2020, con la successiva rappresaglia degli agenti. Dal sovraffollamento alla mancanza di acqua potabile, passando per l'impianto di trattamento di rifiuti solidi urbani a poca distanza: storia di un carcere già "condannato" dalla Corte di Cassazione

L'esterno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Caserta, 13 giugno 2020. ANSA/CESARE ABBATE

Marta Cartabia, ministro della Giustizia, ha parlato di "un tradimento della Costituzione, un'offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti" in relazione alle violenze del 6 aprile 2020 nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, condotte dagli agenti di polizia penitenziaria della struttura e da altri contingenti dei reparti speciali della penitenziaria inviati da Napoli contro persone detenute che non avevano modo e possibilità di difendersi. Fu una vera e propria rappresaglia o spedizione punitiva che dir si voglia, secondo chi indaga, seguita alla rivolta dei detenuti che avevano saputo di un caso di positività al coronavirus nella struttura e chiedevano la possibilità di avere mascherine e igienizzanti per le mani per ridurre il rischio di diffusione del coronavirus. Il minimo indispensabile, soprattutto in luoghi dove il sovraffollamento rende impossibile ogni forma di distanziamento fisico. La protesta, simile ad altre scoppiate in quei giorni in diverse carceri italiane, rientrò già nel corso della serata dello stesso giorno, ma il giorno successivo alcuni agenti fecero "perquisizioni punitive", quelle che il gip Sergio Enea, in 2.300 pagine di ordinanza, ha definito "ignobile mattanza".

Se ne riparla oggi perché la magistratura sta indagando su quei fatti e nelle scorse ore i carabinieri di Caserta hanno eseguito 52 misure cautelari emesse dal gip su richiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di appartenenti al corpo della polizia penitenziaria coinvolti nei pestaggi sui detenuti. Se ne riparla soprattutto dopo le immagini pubblicate dal quotidiano Domani, in un video che mostra le manganellate e i calci, le umiliazioni e le violenze. La magistratura farà il suo corso, ma i problemi nell'istituto penitenziario in provincia di Caserta non nascono dalla protesta dei detenuti preoccupati per un caso di positività al coronavirus nella struttura nell'aprile 2020, con la successiva rappresaglia degli agenti.

La condanna della Cassazione

Quella del carcere "Francesco Uccella" è la storia di una struttura dove la situazione di grave disagio, per tanti motivi, va avanti da oltre dieci anni. Già nell'aprile 2019 la Corte di Cassazione ha condannato la gestione del carcere accogliendo il ricorso di un detenuto che aveva chiesto, vedendoselo rigettare, lo sconto di pena previsto dalla legge per i giorni di detenzione trascorsi in condizioni degradanti e senza il rispetto delle condizioni minime di dignità umana. Per esempio, la mancanza di acqua potabile e la vicinanza ad una discarica. L'acqua nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere manca per un problema alle condotte, che il comune deve adeguare. L'impianto Stir (tritovagliatura e imballaggio di rifiuti) è proprio di fronte, dista poche centinaia di metri e più volte, soprattutto d'estate e nei periodi di emergenza, i miasmi raggiungono anche il centro della città, ad alcuni chilometri di distanza. Quella discarica è lì ancora oggi.

"Va ricordato che anche nell'ipotesi di spazio vitale ricompreso tra i 3 ed i 4 metri quadrati, l'esistenza di gravi carenze nell'offerta di servizi essenziali può determinare un trattamento contrario al senso di umanità", avevano scritto i giudici della Suprema Corte. Quindi, "nel caso dell'attuale ricorrente, in particolare, era stata dedotta l'inadeguatezza dell'offerta trattamentale in virtù della prolungata carenza di acqua potabile nelle celle del reparto ove il soggetto era ristretto, unita a fattori ambientali pregiudizievoli per l'igiene e la salute (vicinanza del reparto ad una discarica di rifiuti). Si tratta di aspetti di indubbia rilevanza", avevano concluso.

Il carcere senza allaccio idrico e acqua potabile

Antigone, associazione che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, ha visitato il carcere "Francesco Uccella" il 29 ottobre 2020. Dal 1998 l'associazione è autorizzata dal ministero della Giustizia a visitare i quasi duecento istituti penitenziari italiani e sono oltre 90 le osservatrici e gli osservatori autorizzati a entrare nelle carceri con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari. Ogni anno Antigone redige un rapporto annuale sulle condizione di detenzione in Italia. L'Osservatorio sulle condizioni di detenzione fa riferimento nel proprio lavoro agli standard elaborati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d'Europa.

Il quadro emerso non è dei più rosei. La struttura sorge in una zona extra urbana e non è collegata ad un sistema di trasporto pubblico: i familiari si organizzano in maniera autonoma e informale per le visite e i colloqui. Ospita un migliaio di detenuti, in sette padiglioni destinati alla detenzione in regime di media e alta sicurezza definiti con i nomi di alcuni fiumi (Volturno, Tevere, Danubio, Nilo), un reparto femminile destinato all'alta sicurezza, ma la sua capienza massima è di 809 posti: il tasso di affollamento è del 115,3%.

Dalla sua apertura nel 1996, l'istituto non ha un allaccio idrico, ragione per cui l'acqua che viene erogata all'interno della struttura non è potabile, "nonché particolarmente ferrosa e di colore torbido". Il carcere è alimentato da acqua di pozzo. L'amministrazione nel giugno 2020 ha aggiudicato la gara d'appalto per provvedere all'allaccio idrico, ma i lavori non sono ancora iniziati. Finora l'acqua potabile viene fornita a ciascun detenuto "a mano": due bottiglie da due litri al giorno. "La struttura versa in condizioni discrete, trattandosi di edificio di nuova costruzione - segnala Antigone -. Tuttavia, lo stesso si trova in prossimità di un impianto di trattamento di rifiuti solidi urbani, per cui è sovente investito dai cattivi odori da questo prodotti". È la discarica di cui parlavano i giudici della Corte di Cassazione nel 2019. È ancora lì.

Le celle senza tv e radio e le brande in ferro inchiodate al pavimento

Non solo. Il piano dedicato all'isolamento dei detenuti è di fatto diviso in due aree: la prima è dedicata all'isolamento disciplinare, la seconda è invece destinata ad accogliere quanti fanno autonomamente richiesta di esservi alloggiati per incompatibilità di vario genere con la vita in sezione. Le celle - prosegue Antigone - sono dotate esclusivamente di una branda e di un tavolo con una sedia: in ognuna di queste c'è il bagno in camera, mentre al momento della visita tutte le celle occupate sono sfornite di televisione e di radio (i detenuti possono informarsi esclusivamente tramite l'acquisto di un quotidiano a settimana), nonché di cucina e specchio.

Anche nel piano terra del padiglione Danubio, destinato all'isolamento disciplinare, le celle sono senza televisione e radio, rendendo la quotidianità dei detenuti estremamente difficile, accentuando i caratteri già fortemente punitivi della permanenza in isolamento. Le celle visitate in questa sezione "risultano particolarmente asettiche, caratterizzate in alcuni casi da servizi igienici in alluminio e brande in ferro inchiodate al pavimento, prive di attrezzatura per cucinare e persino di uno specchio". I disagi, le precarie condizioni igienico-sanitarie e gli ambienti sovraffollati vengono denunciati da anni. C'è anche una sentenza della Cassazione. Ma se il carcere - a Santa Maria Capua Vetere e ovunque - continua ad essere questa roba qui, difficilmente può contribuire alla "riabilitazione" e al reinserimento nella società.

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