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Martedì, 31 Gennaio 2023
Il punto / Bergamo

Davvero si può riaprire il processo Bossetti dopo le novità sul caso Yara?

La richiesta di indagare per depistaggio il pubblico ministero titolare delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio rappresenta un colpo di scena ma difficilmente potrà cambiare il destino del muratore di Mapello

La notizia dell'indagine aperta per "frode processuale e depistaggio" in merito al processo a Massimo Bossetti hanno scosso le pagine di cronaca di questi ultimi giorni del 2022. E in tanti si chiedono se ora si arriverà ad una revisione del processo che ha condannato all'ergastolo il muratore di Mapello per la morte di Yara Gambirasio. Per cercare di dare una risposta rianalizziamo la vicenda.

Ieri il giudice per le indagini preliminari di Venezia ha chiesto alla Procura di procedere all'iscrizione nel registro degli indagati di Letizia Ruggeri, il pubblico ministero titolare delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate (Bergamo) scomparsa il 26 novembre del 2010 e trovata, tre mesi dopo, morta in un campo. Il tema su cui il gip chiede una nuova tranche di verifiche è legato alla conservazione di 54 reperti con tracce di Dna che, di fatto, rappresentarono l'architrave dell'impianto accusatorio a carico di Massimo Bossetti. I reperti nel dicembre 2019 furono spostati dall’ospedale San Raffaele di Milano, dove erano custoditi, all’ufficio Corpi di reato di Bergamo. Un anno e due mesi dopo la sentenza definitiva all’ergastolo pronunciata a Roma dalla Corte di Cassazione, a carico di Massimo Giuseppe Bossetti

Un colpo di scena arrivato al termine dell'udienza di opposizione all'archiviazione presentata dai difensori dell'uomo condannato in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio.

I reperti merito della nuova vicenda sono stati trasferiti dall'ospedale San Raffaele di Milano ad un ufficio del tribunale di Bergamo. Un trasferimento durato alcuni giorni e che, a detta dei difensori del condannato, potrebbe avere causato un deterioramento delle tracce. La trasmissione degli atti alla Procura per il gip veneto è l'unico "provvedimento adottabile" a fronte di una "denunzia querela e in un atto di opposizione" presentato dai difensori del condannato in via definitiva. L'invio degli atti al pm di Venezia e l'iscrizione serve per "permettere al pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell'opponente" che richiedono "un necessario approfondimento" sia al fine di permettere alla stessa un'adeguata difesa".

Su quanto disposto dal gip si è detto "sorpreso" il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani. Una iscrizione nel registro che arriva "dopo tre gradi di giudizio, dopo sette rigetti dei giudici di Bergamo sia all'analisi che alla verifica dello stato di conservazione dei reparti e dei campioni residui di dna", afferma il capo dei pm bergamaschi. Sorpreso, spiega il magistrato che "si imputi ora al pm il depistaggio riguardo la conservazione delle provette dei residui organici", dopo che "nei tre gradi di giudizio era stata respinta la richiesta difensiva di una perizia sul Dna, dopo la definitività della sentenza sopravvenuta nell'ottobre 2018 che ha accertato la colpevolezza dell'autore dell'omicidio di Yara, e dopo che era passato più di un anno da tale definitività".

I 54 residui organici, erano "rimasti regolarmente crio-conservati in una cella frigorifera dell'istituto San Raffaele fino a novembre 2019, quindi oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della sentenza della condanna, e solo successivamente confiscati come prevede il Codice di procedura", ricorda il capo della Procura orobica che si dichiara "fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega".

Dal canto suo l'avvocato Claudio Salvagni, del collegio difensivo di Bossetti, afferma che "i reperti sotto sequestro non possono essere distrutti senza provvedimento di autorizzazione di un giudice e qualcuno lo fa commette un reato. Aspettiamo le decisioni del Pm di Venezia. Il gip ci ha detto col proprio provvedimento che purtroppo i campioni di Dna utilizzati proprio per arrivare alla identificazione di Ignoto 1 e poi indispensabili per la condanna di Massimo Bossetti sono stati distrutti. Ora occorre individuare le responsabilità".

Più volte, durante il processo, nei tre gradi di giudizio, la difesa aveva chiesto una perizia sui reperti biologici: i giudici l’avevano sempre respinta ritenendo validi i risultati già acquisiti durante le indagini. Come elemento ulteriore, nelle motivazioni dell’ergastolo in Appello, i giudici affermavano che non esisteva altro materiale "idoneo" a sostenere nuove analisi. Tuttavia non viene disposta la distruzione dei reperti. Ulteriori analisi potrebbero o potevano cambiare l'esito del processo? Difficile visto le evidenze contro Bossetti: su 101 analisi sui campioni presi in considerazione e portati a processo, il profilo di Ignoto 1 era emerso 71 volte e quasi quattro anni dopo quel Dna è risultato esattamente identico a quello di Bossetti. E anche se il procedimento penale aperto a Venezia terminasse in sfavore della pm Ruggeri difficilmente il processo a Massimo Bossetti potrebbe essere riaperto nonostante la speranza degli avvocati del carpentiere di Mapello: servono nuovi elementi di prova e novità sostanziali rispetto alle accuse che in tre gradi di giudizio i giudici hanno accolto pronunciandosi sulle responsabilità di Bossetti.

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