Mercoledì, 12 Maggio 2021
Le parole della donna dopo la sentenza

"Io, massacrata con una mazza da baseball da un poliziotto": il verdetto della Cassazione

Si è chiusa la vicenda processuale dell'aggressione a Claudia Ursini: a Today la donna raccontò il pestaggio subìto. La Corte suprema di Roma ha confermato la sentenza d'appello, rigettando il ricorso dell'imputato, ma il reato è stato derubricato. La donna si dice amareggiata: "Non sconterà nemmeno un giorno di galera"

Claudia Ursini con Ilaria Cucchi

Condannato a due anni, con reato derubricato: non tentato omicidio ma lesioni personali volontarie gravi. Si è chiusa così la vicenda processuale dell'aggressione a Claudia Ursini, colpita brutalmente da un poliziotto l'11 ottobre 2015 sotto la sua abitazione a Roma. La Corte suprema di Cassazione, presieduta da Paolo Antonio Bruno, ha confermato la sentenza d'appello, rigettando il ricorso dell'imputato, che è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile.

Giustizia è fatta, ma Claudia Ursini è amareggiata: "Se non fosse stato un poliziotto non avrebbero mai derubricato il reato e sicuramente lo avrebbero messo in galera, invece non sconterà nemmeno un giorno... Un comune cittadino non sarebbe stato aiutato in ogni grado di giudizio come ho visto fare: la giustizia non è uguale per tutti", ci dice al telefono.

Il processo penale si è svolto al tribunale ordinario di Roma. Il poliziotto, un 45enne sospeso dal servizio, era imputato per tentato omicidio. In primo grado era stato condannato a due anni e nove mesi per lesioni gravi. La Corte d'appello di Roma aveva confermato il giudizio di responsabilità formulato dal giudice di primo grado per il reato di lesioni personali volontarie gravi e aveva ridotto la pena a due anni. Il ricorso del legale dell'accusato contro la sentenza della Corte d'appello ora è stato rigettato dalla Cassazione.

"Il ricorso non merita accoglimento collocandosi, anzi, ai confini dell'ammissibilità", scrive la Corte suprema, riportando la ricostruzione degli eventi fatta nel processo di secondo grado. Nella sentenza si legge: "L'imputato, condomino della persona offesa, fortemente irritato nei confronti di quest'ultima per dissapori condominiali, per una querela presentata nei suoi confronti alcuni mesi prima e per il danneggiamento della propria autovettura, avvenuto il giorno precedente e addebitato alla persona offesa, la aggredì con una mazza da baseball nella prima mattina dell'11 ottobre 2015, verso le 6.30, procurandole gravi lesioni personali (trauma cranio facciale con perdita di coscienza, trauma cervico dorsale con contusioni e fratture multiple)".

La traccia di sangue nell'auto dell'uomo e il suo Dna sulla scarpa della donna

Secondo la ricostruzione dei giudici, alla base della decisione ci sono le dichiarazioni della persona offesa e due riscontri ritenuti obiettivi: il fatto che nell'auto dell'imputato - in particolare, sulla manopola del vano portaoggetti - fu rinvenuta una traccia di sangue univocamente riconducibile, secondo una perizia bio-genetica, alla persona offesa. E poi il fatto che sulla tomaia della scarpa destra di quest'ultima fu riscontrata l'esistenza di una traccia biologica (il Dna) riconducibile, questa volta, all'imputato. "A giudizio del tribunale e della Corte d'appello l'esistenza nel posto indicato della traccia di sangue - scrive la Cassazione - non poteva imputarsi a contaminazione involontaria operata dagli investigatori, per le cautele da questi adottate nella repertazione, mentre l'esistenza del Dna dell'imputato sulla scarpa della persona offesa era certamente imputabile ad un contatto fisico tra vittima e aggressore".

"Chi voleva ammazzarmi non andrà in galera perché indossava una divisa". Così Claudia Ursini raccontava a Today l'aggressione subìta sotto casa la mattina dell'11 ottobre 2015. La donna, dipendente Eni 59enne, dichiarò di essere stata colpita "prima con uno schiaffo e poi ripetutamente con una mazza da baseball" dal poliziotto, suo vicino di casa che abitava nello stesso complesso di villette a schiera nelle campagne di Roma. Anche attraverso le pagine di questo giornale, Claudia Ursini aveva chiesto giustizia e reclamato ascolto, ricordando di non poter nemmeno più vivere nella sua casa "perché ho paura, io sono stata costretta a cambiare sistemazione e chi voleva ammazzarmi abita ancora lì con la sua famiglia".

L'aggressione a Claudia Ursini

Sono le 6.30 di domenica 11 ottobre 2015 e Claudia, sotto casa sua, viene colpita prima con uno schiaffo che la tramortisce e fa cadere a terra e poi - è questo il suo racconto - "con una mazza da baseball presa dal bagagliaio di una macchina". Il pestaggio è così violento che sul pavimento del cortile interno del condominio rimangono grosse chiazze di sangue e, sulle pareti, le impronte lasciate dalle mani della vittima nel disperato tentativo di rialzarsi. "L'ho riconosciuto, era lui: il poliziotto mio vicino di casa. Mirava alla testa, era a volto scoperto e aveva l'intenzione di uccidermi, altrimenti non si sarebbe mostrato in viso - ha raccontato la donna -. L'unico suo errore è stato quello di non sentirmi la giugulare per capire se respiravo ancora".

Claudia è a terra, tramortita, ma respira e dopo qualche minuto riesce a rialzarsi e a chiamare i soccorsi: "Non so dove ho trovato la forza". Comincia, o meglio continua, il calvario: entra in codice rosso all'ospedale Sant'Eugenio di Roma, passa alcuni giorni in prognosi riservata, poi diversi ricoveri ospedalieri e una lunga riabilitazione per recuperare correttamente tutte le funzioni per una vita normale: "Avevo fratture al cranio, quattro costole rotte, uno pneumotorace e un ematoma al braccio destro dovuto al fatto che da terra, rannicchiata, cercavo in qualche modo di proteggere la testa dai colpi di mazza".

Claudia Ursini denunciò su Today quelle che secondo lei sono state alcune "anomalie di indagini e processo" e parlò di paura a proposito del contesto in cui a suo dire era nata l'aggressione, riconducibile a dissidi di vicinato. "Dalle trascrizioni delle udienze emergono particolari sconcertanti - ci raccontò la donna -. Le indagini sono state a dir poco superficiali. Gli agenti di polizia, subito intervenuti sul luogo del tentato omicidio, sono andati a prendere un caffè con il collega. Non ne hanno subito ispezionato la casa o la macchina, dando eventualmente tempo a lui o ai suoi sodali di far sparire arma del delitto e prove, lavare la biancheria sporca di sangue e così via".

"Ma cosa deve fare un uomo a una donna perché sia tentato omicidio? Non bastano i colpi di mazza da baseball? - si chiedeva amareggiata la vittima -. Si cerca in tutti i modi di farmi passare per una pazza, con il sottotesto nemmeno tanto nascosto che, tutto sommato, me la sono cercata. Oppure che abbia inventato tutto. Ma i colpi di mazza da baseball sulla testa me li sarei dati da sola? Le cicatrici sono ancora ben visibili sul mio corpo e sulla testa. La perdita dell'olfatto e la paura che ora mi attanaglia tutte le volte che esco di casa sono frutto della mia fantasia?".

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Le foto sono state pubblicate su richiesta di Claudia Ursini.

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