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Lunedì, 17 Giugno 2024
Indagini shock

Botte ai migranti e bimbi narcotizzati: le violenze sulla rotta balcanica che passa per Trieste

Gli oltre 30 indagati conducevano una vita apparentemente normale. Somministrati anche sonniferi ai bimbi delle famiglie migranti, per non farli piangere e rischiare di essere scoperti durante i loro traffici

Botte ai migranti rei di essere troppo stanchi per camminare, sonnifero ai bambini per farli addormentare senza correre il rischio di essere scoperti a causa dei loro pianti, il tutto per guadagnare montagne di soldi sulla pelle delle persone provenienti dalla rotta balcanica e dirette in Italia. La cellula albanese decapitata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste grazie all’operazione condotta dalla Squadra mobile del capoluogo giuliano e alla collaborazione della questura di Capodistria, aveva messo in piedi un business da enormi introiti. Si parla di 32 episodi documentati dagli investigatori, ma nelle parole del sostituto procuratore Massimo De Bortoli che ha coordinato l'attività, ce ne sono stati sicuramente "di più". L'indagine, secondo la procura, potrebbe anche allargarsi, o prendere una piega diversa. "Qualcuno potrebbe pensare di parlare" ha detto il procuratore capo Antonio De Nicolo, lasciando spazio per l'emersione del fenomeno dei pentiti del traffico di esseri umani. Chissà. 

Un business milionario

Al di là delle ipotesi, l'operazione rappresenta un altro importante colpo messo a segno ai danni della criminalità organizzata che opera lungo la rotta balcanica e dal traffico di esseri umani trae beneficio. Un giro d’affari che è possibile definire milionario, visto che i passaggi dalla Slovenia all’Italia (per una ventina di chilometri circa), si aggiravano tra i 200 e i 250 euro a testa. L’indagine è durata 11 mesi (partita a inizio 2022), ma è molto probabile che la banda operasse anche prima dell’inizio dell’attività di polizia. I soldi non venivano consegnati dai migranti ai trafficanti, bensì sarebbero stati gli altri anelli della catena a pagare i viaggi. “Un vaso di Pandora” l’hanno definito gli inquirenti. La banda “non si aspettava di essere scoperta” e nel corso dei mesi è stata “inchiodata” da passaggi documentati più e più volte, sia grazie alle fototrappole posizionate qua e là lungo la zona oggetto di indagine, sia grazie a intercettazioni e pedinamenti.

"Come se nulla fosse"

Eppure, la banda sembrava continuare a svolgere il "servizio" come se nulla fosse. Il boss, come riferito dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli che l’ha definito "soggetto apicale", si chiama Fitim Miftaraj detto "Fiti". Oltre 30 gli indagati, 13 gli arresti, numerose le misure cautelari emesse dopo 11 mesi di indagini e 290 pagine di ordinanza. Ma come si muoveva la banda di trafficanti?

I viaggi da Trieste a Pomjan

Andavano avanti e indietro, compiendo anche due viaggi a notte, a bordo di furgoni, Range Rover, Bmw, tutte autovetture veloci e di grossa cilindrata. Vetture che sono state poste sotto sequestro dalla procura (assieme ai cellulari, le sim e le tessere porta sim), ma che gli indagati mostravano con orgoglio e senza paura sui propri profili social. “Una nutrita flotta di autovetture”, così la questura. In molti casi, parte dei viaggi verso la Slovenia (non è dato sapere se proprio “quei” viaggi o altri, non per forza legati al traffico di esseri umani) venivano immortalati in brevi video, pubblicati poi tra Tik Tok, Facebook e nelle stories di Instagram. Foto, commenti, incoraggiamenti da parte di altre persone, a volte famigliari, tutti con un legame più o meno profondo a Trieste.

Le foto, i video, la vita "normale" della banda

Ci sono foto che li ritraggono a Barcola, ma anche in diverse zone della città. Forse le stesse zone di Trieste dove scaricavano i migranti che andavano a prendere, al confine tra Slovenia e Croazia, nei pressi dell’abitato di Pomjan. O forse le stesse zone teatro di alcuni tentativi di regolamenti di conti, una volta che qualche componente dell’associazione a delinquere (contestata anche questa tra le ipotesi di reato) pensava di mettersi in proprio. "Spranghe, bastoni e mazze da baseball, in piena notte" che senza l’intervento della polizia si sarebbero trasformati in veri e propri bagni di sangue. Non tanto diverso (nelle intenzioni, fortunatamente non nella pratica) da quanto messo in atto dalle due bande di kosovari che negli anni scorsi si erano resi responsabili di alcuni gravissimi fatti di cronaca, la cui escalation culminò nella sparatoria di via Carducci. Giovani e meno giovani, finiti in carcere con accuse pesanti e fino a ieri, tranquillamente seduti a qualche tavolino di piazza Goldoni o in campo San Giacomo. Come se nulla fosse, come se niente potesse scalfire il loro potere. 

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