Sabato, 27 Febbraio 2021
Trento

Scrive su Facebook "i vigili vanno bruciati vivi", ma per i giudici non è reato

Il commento era apparso su Facebook sotto un articolo che parlava di multe agli automobilisti in sosta davanti a una scuola

Non ha commesso alcun reato l'utente che su Facebook ha scritto "i vigili vanno bruciati vivi con la benzina... feccia", commentando un post con la notizia su una serie di multe elevate dalla polizia locale a un gruppo di automobilisti davanti a una scuola.

La polizia di Trento lo aveva denunciato nel 2015, con il Comune che si era costituito parte civile, ma i giudici della Corte d'Appello di Trento lo hanno assolto. Nel processo di primo grado, l'utente, che aveva commentato un post comparso sulla pagina Facebook della testata L'Adige,  si era dichiarato colpevole del reato di diffamazione aggravata ed era stato condannato a venti giorni di reclusione più un risarcimento di 2500 euro al Comune di Trento. In appello però la sentenza è stata ribaltata perché il fatto non sussiste.

Secondo i giudici della Corte d'Appello, la frase dall'utente "non configura il reato contestato", in quanto scritta su un social network e non su un blog, modificandone così la possibilità di diffusione. Si tratterebbe inoltre di "una, per quanto rozza, espressione di pensiero e di libero esercizio di un’attività di critica rivolta in maniera generica ad una intera categoria". Un commento che "non appare tanto più offensivo, attesa la sua genericità, dell’altrettanto 'raffinato' commento 'andate a c...re' da parte di altro utente", si legge nella sentenza. La Corte rileva che la frase incriminata "non si distanzia molto dalle scritte ricorrenti sui muri della città". Anzi, la Corte ne cita una specifica, ben nota ai cittadini di Trento, rivolta alla guardie carcerarie e ai giudici, che "campeggia da anni sui muri del vecchio carcere ed è stata ormai letta da molti più passanti degli utenti trentini che frequentano Facebook".

La frase incriminata, secondo i giudici, quindi non è altro che "un generico sfogo contro un atteggiamento ritenuto eccessivamente severo", quasi un "auspicio di maggiore tolleranza", anche se espresso "con modalità piuttosto primordiali". In questo caso a fare la differenza, secondo i magistrati trentini, è il contesto in cui è apparso il commento: i social network ormai "riproducono quelli che una volta erano sfoghi da bar, amplificandone la portata e, al tempo stesso, ‘sgonfiandone' la carica offensiva in una agorà virtuale dalla memoria breve". 

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