Perché Berlusconi ha avuto paura che l'infezione stesse andando fuori controllo

Parla Zangrillo: "L’evoluzione di una malattia infettiva può, soprattutto quando non c’è una terapia specifica, sfuggire di mano e presentare un quadro clinico molto negativo. Questo tipo di percezione lui l’ha avvertita"

Berlusconi lascia il San Raffaele, foto ANSA/Andrea Fasani

Il suo paziente più celebre sta meglio, continua a casa la convalescenza in attesa del doppio tampone negativo che segnerà la vera fine dell'incubo. Silvio Berlusconi ieri è stato dimesso dal San Raffaele e ha raccontato ai cronisti che lo attendevano all'esterno di "averla scampata bella". Ora Alberto Zangrillo guarda con più serenità a questa prima metà di settembre durante la quale l'ex premier è passato dall'essere "quasi asintomatico" a casa alle cure dei suoi sanitari di fiducia in ospedale.

"Mi ricordo bene, anche perché in realtà sono passati pochi giorni, 12 credo, di avere visitato il presidente Silvio Berlusconi e di essermi accorto che c’era un’evoluzione del virus strana, veloce e repentina, che dovevo approfondire - dice Zangrillo al Corriere della Sera, in un'intervista concessa a Simona Ravizza -  Sulla base di una Tac fatta nella notte, il primo vero, grande problema che ho dovuto affrontare è stato quello di obbligare un paziente che si sentiva ancora bene a un ricovero ospedaliero".

Silvio Berlusconi ha avuto la percezione che la malattia potesse sfuggire di mano

Non è stato un ricovero come quelli del passato, che pur Zangrillo conosce a menadito: "Io li ho conosciuti tutti quelli degli ultimi 20 anni. Credo ci sia stata una cosa che richiama una delle caratteristiche veramente negative del Covid-19: ti obbliga alla solitudine e ad affrontare la malattia da solo. Berlusconi era emozionato. Era provato. L’hanno visto tutti. E in questi giorni, forse, è stato anche un po’ spaventato, perché l’evoluzione della malattia non lascia scampo se si perde del tempo. Lui questa volta credo abbia avuto voglia di dirmi che stava vivendo qualcosa che lo preoccupava veramente. È un uomo molto razionale per cui, se c’è una terapia che è una terapia esatta per la cura della patologia, è il primo a capirlo. Ma l’evoluzione di una malattia infettiva può, soprattutto quando non c’è una terapia specifica, sfuggire di mano e presentare un quadro clinico molto negativo. Questo tipo di percezione lui l’ha avvertita", rivela il medico.

C'è stato un momento in cui Zangrillo ha pensato che Berlusconi potesse aggravarsi oltremodo? "Io ho sempre dolorosamente in mente l’evoluzione dei quadri clinici di marzo e aprile. Il mio timore è che si potesse avere un’evoluzione di questo tipo. Un individuo di quasi 84 anni con una carica virale elevatissima: quello che ti aspetti è un quadro clinico che può evolvere in modo negativo. Non è stato così perché c’è stata una corretta risposta immunitaria".

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Si torna poi a parlare di quel "virus che era clinicamente morto" come Zangrillo disse in tarda primavera:: "Tanti “amici” mi incolpano di essere uno dei responsabili di questo “mollare gli ormeggi”. Io ho le spalle larghe e accetto le accuse. Però devo avere la possibilità di spiegare. Nessuno si può permettere lontanamente di pensare che usi leggerezza e imprudenza chi come me, e come tanti miei colleghi, ha vissuto il dramma della prima, e speriamo unica, ondata. Io sono il primo a dire che il virus c’è. Il virus esiste e ci ha dimostrato di essere molto contagioso. Il virus ci sta prendendo in giro. Perché il virus vince sul tampone".

"Berlusconi? A marzo-aprile sarebbe morto"

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