Mercoledì, 27 Gennaio 2021

“Dialogo e cooperazione tra detenuti e agenti, così abbiamo fermato la rivolta”

Il racconto degli operatori del carcere di Reggio Emilia, dove grazie a una serie di misure alternative e tempestive si sono evitati casi di violenze come in altri istituti penitenziari d’Italia

“E’ facile parlare dall’esterno delle reazioni violente di chi è dietro le sbarre e teme di restare intrappolato in un ambiente ad alto rischio contagio e di venire ucciso dal virus, mentre in queste settimane fuori dalle carceri abbiamo visto di tutto, da atti di razzismo a corse ai treni in barba alle restrizioni e a ogni tipo di cautela verso il prossimo”. Quando gli chiediamo cosa ne pensa delle violenti proteste scoppiate in diversi istituti penitenziari d’Italia dopo le nuove misure del governo sul coronavirus, che hanno portato a 12 morti, Giovanni (il nome è di fantasia) per un attimo si fa cupo, conscio dei rischi che ha corso lui stesso e delle ferite patite dai suoi colleghi, ma mette da parte la rabbia: “Le violenze sono inaccettabili, ma bisogna dare risposte alla popolazione fuori come a quella reclusa”, dice secco.

Risposte che, per fortuna, nel carcere di Reggio Emilia in cui lavora sono arrivate in tempo, evitando conseguenze gravi. “Abbiamo dialogato con i detenuti, la maggioranza dei quali, almeno nella mia sezione, ha protestato pacificamente. E abbiamo risposto alle loro preoccupazioni con delle misure alternative ottenendo in cambio la loro cooperazione”, spiega Giovanni,  uno dei tantissimi operatori che ogni giorno entra e esce dalle carceri italiane, affrontando una realtà che solo chi la vive da vicino sa quanto complessa e sfaccettata sia. “Se il coronavirus fa paura a chi sta a casa propria, è inevitabile che faccia terrore in un posto dove le persone vivono a stretto contatto 24 ore su 24 – continua – Se circolasse tra le celle rapidamente, un quarto dei detenuti sarebbe a rischio decesso, vista l’elevata età media della popolazione carceraria”.

Ecco perché la prima misura straordinaria presa a Reggio Emilia è stata quella di istituire un presidio medico all’ingresso per testare lo stato di salute di chi entra nel carcere. Mentre i detenuti “hanno collaborato a sanificare gli ambienti e a rispettare le norme igieniche richieste”. Messe a punto le misure sanitarie, ci si è concentrati sull’altro motivo di scontro, ossia lo stop alle visite dei parenti. “La direzione ha deciso di aumentare subito i colloqui telefonici, portandoli da 1 a 3, e ha introdotto la possibilità di una chiamata via Skype. Sembra poco, ma spesso la burocrazia è difficile da piegare in tempi brevi, come quelli che servivano in questi giorni”, spiega sempre Giovanni.

C’è poi la questione dello stop alle attività formative, dalla scuola agli atelier fatti dai volontari, stop dovuto alle restrizioni all’accesso del personale esterno negli istituti: “In questo caso, abbiamo incrementato le attività e l’accessibilità alle palestre e al campo”. Poche mosse, insomma, ma sufficienti a placare gli animi e a creare una nuova routine carceraria ai tempi del coronavirus. “Le carceri sono lo specchio della società, diceva Dostojevski. C’è tanta paura fuori e dunque è normale che vi sia anche dentro i penitenziari. Ovvio, c’è chi del caos se ne approfitta, ma la verità è che la stragrande maggioranza delle persone qui sono semplicemente spaventate. E quando hanno manifestato il loro disagio, è stato difficile dargli risposte immediate, perché di risposte nemmeno chi lavora qui ne aveva. In questi casi, bisogna mantenere la calma, parlare con loro, spiegare e rispiegare, renderli partecipi del loro destino, proporre soluzioni, trovare soluzioni”. È quello che è accaduto in alcune sezioni del carcere di Reggio Emilia. E ha funzionato.  

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