Lunedì, 1 Marzo 2021
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Le autopsie svelano la vera natura della Covid: il virus uccide non solo attraverso i polmoni

Le autopsie rivelano come agisce questo killer invisibile: se è l'insufficienza cardio-respiratoria ad essere riportata come causa di morte, si evincono danni anche a fegato, reni, milza e midollo osseo

La tragica immagine delle bare trasportate dalla bergamasca durante la prima ondata di coronavirus

I polmoni ed il cuore non sono gli unici organi bersaglio del COVID-19, la malattia causata dal virus SARS-CoV-2. Lo dimostra uno studio appena pubblicato da The Journal of Infectious Diseases ed al quale hanno collaborato l'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive "Lazzaro Spallanzani" di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di malattie infettive dello University College di Londra.

Lo studio è stato ritenuto di grande importanza, tanto da ottenere l'immagine di copertina del numero del giornale.

La ricerca ha analizzato gli esiti delle autopsie condotte su 22 pazienti deceduti a causa del COVID-19. La causa di morte è stata per tutti l'insufficienza cardio-respiratoria, causata principalmente da danno polmonare acuto, danno microvascolare o trombosi; tuttavia l'analisi dei campioni prelevati durante le autopsie ha evidenziato importanti alterazioni, oltre che di polmoni e cuore, anche a carico di fegato, reni, milza e midollo osseo.

Diciotto dei pazienti sottoposti ad esame post-mortem, di età mediana pari a 76 anni (minima 27, massima 92) presentavano una o più comorbilità, come ipertensione, patologie cardiache, diabete, tumore, malattie respiratorie o renali; i rimanenti quattro pazienti, di età mediana pari a 48 anni e mezzo (minima 35, massima 65) non presentavano invece alcuna malattia sottostante. Dall'autopsia e dai successivi esami microscopici dei campioni sono emerse numerose alterazioni a carico degli organi analizzati.

Coronavirus, i danni ai polmoni

I polmoni di tutti i pazienti si presentavano aumentati di volume, edematosi e congestionati, con ispessimento pleurico diffuso e versamento pleurico. "Nei campioni polmonari - si legge nella ricerca - è stata inoltre dimostrata una significativa sovraregolazione del recettore delle citochine CXCR3, il che porta ad individuare proprio in questa citochina un potenziale bersaglio terapeutico per i futuri trattamenti" 

Coronavirus, i danni al cuore

L'analisi condotta sul cuore dei pazienti ha evidenziato un incremento delle dimensioni e del peso, ipertrofia e dilatazione degli atri e dei ventricoli, sia destri che sinistri. La letteratura scientifica disponibile ha evidenziato che i problemi cardiaci pre-esistenti sono un fattore di rischio per i pazienti COVID-19, ma la ricerca ha evidenziato nei quattro pazienti senza fattori di rischio pre-esistenti una accentuata pericardite e infiltrazioni di cellule infiammatorie, indicando che la malattia può compromettere la funzione cardiaca anche nei soggetti sani.

Coronavirus, i danni a reni e fegato, milza e midollo

Circa il 30% dei pazienti esaminati ha evidenziato lesioni ai reni, in prevalenza tra i pazienti con comorbilità. Lo stesso fenomeno è stato osservato nell'analisi del fegato: anche in questo caso i pazienti che avevano fattori di rischio pre-esistenti hanno evidenziato lesioni epatiche piu+ù pronunciate.

Saranno tuttavia necessari ulteriori studi per verificare se le lesioni renali ed epatiche siano effetto diretto dell'azione del virus, oppure dell'eccessiva e anormale risposta infiammatoria innescata dal sistema immunitario.

L'analisi della milza ha evidenziato in tutti i pazienti una riduzione del volume e delle dimensioni, mentre l'analisi al microscopio del midollo osseo ha evidenziato, in particolare nei pazienti con comorbilità, "una prevalenza del midollo giallo ricco di adipociti sul midollo rosso ematopoietico".

Quello delle autopsie dei deceduti per COVID-19 è un campo di ricerca sinora poco frequentato sia per l'emergenza vissuta negli ospedali di tutto il mondo che per le oggettive difficoltà di operare in sicurezza gli esami post-mortem su pazienti altamente contagiosi; certamente però dalle autopsie può venire un contributo decisivo nel capire meglio i tanti e ancora poco conosciuti meccanismi dell'interazione tra il SARS-CoV-2 e l'ospite umano.  

Coronavirus meno pericoloso? Disinnescato grazie alle autopsie (che erano sconsigliate)

Del ruolo delle autopsie si era già parlato a maggio quando era diventato evidente un tasso di guarigioni maggiore dopo l'effetto letale della prima ondata. Andrea Gianatti, 55 anni, responsabile dell’Anatomia patologica dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo - proprio nel cuore dell'epidemia - aveva studiato un centinaio di cadaveri descrivendo per primo come molte delle morti per coronavirus fossero causate da tromboembolie che si verificavano nelle arterie dei polmoni.

Una constatazione che ha permesso di capire che eparina, un farmaco fluidicante, e cortisone, per tamponare l'infiammazione, potessero salvare molte vite soprattutto nei pazienti meno compromessi dalla malattia. 

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