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Lunedì, 22 Aprile 2024
Il racconto / Sudan

La giovane italiana fuggita dal Sudan in guerra: "Grata di essere viva"

La messinese Costanza Matafù lavora come team leader di un programma di emancipazione economica delle donne finanziato dall'Unione europea. Il suo racconto a MessinaToday: "Siamo usciti durante i bombardamenti e sentendo in lontananza raid aerei, con la paura di poter essere uccisi ai posti di blocco"

Una escalation di violenza fra un bombardamento e l'altro senza alcun rispetto della tregua, la furia assassina di una guerra civile in cui le uniche vittime sono i sudanesi, completamente estranei alle vicende politiche e militari che vedono in queste settimane scontrarsi l'esercito regionale e le forze di supporto rapido nella cornice di un paese completamente dilaniato e destinato ancora una volta a subire le conseguenze, economiche, sociali e politiche, dell'egoismo e della sopraffazione. 

A tracciare il ritratto sconfortante degli scontri in Sudan è la messinese Costanza Matafù, una dei circa 80 italiani evacuati da Khartoum, avamposto bellico della guerra civile. Atterata a Ciampino la sera del 24 aprile, ha festeggiato l'anniversario della Liberazione nella consapevolezza di esser riuscita a salvare la propria vita per puro caso. "Essere rientrata a Messina è stata una fortuna, sono grata di essere ancora viva", racconta Costanza a MessinaToday. 

La giovane messinese lavora in Sudan da un paio d'anni come team leader di un programma di emancipazione economica delle donne finanziato dall'EUTF Fondo fiduciario dell'Unione europea per la stabilità e affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e degli sfollati in Africa. "La mia abitazione si trova ad Amarat, un quartiere di Khartoum, frequentemente attaccato da missili, droni, caccia - prosegue Costanza Matafù - L'edificio è stato parecchio daneggiato dai proiettili, ma bastava anche solo una esplosione in lontananza perché le finestre si frantumassero e il boato facesse tremare tutto". 

Un ritmo di esplosioni e bombardamenti incalzante, quello vissuto e raccontato dalla giovane messinese. "La tregua non veniva mai rispettata - dice ancora - A volte durava cinque minuti, molto raramente due ore". Una situazione, quella vissuta da Costanza Matafù, che era già stata testimone del colpo di stato del 25 ottore 2021, da cui è riuscita a mettersi a riparo anche grazie all'aiuto dei sudanesi. 

"La cosa migliore durante i bombardamenti era cercare riparo nelle abitazioni ai piani bassi - prosegue - Sono stata ospitata dal proprietario di casa mia al piano terra, mentre il mio appartamento era all'ultimo piano. Dopo aver trovato un proiettile in camera da letto ed essermi consultata anche con i miei colleghi, ho deciso di trovare un riparo migliore". 

Scappare da casa poteva diventare rischioso. "Soltanto quattro giorni dopo i bombardamenti ci siamo sentiti davvero in pericolo e anche se l'ambasciata consigliava di non uscire potevo decidere di farlo sotto la mia responsabilità per trovare un luogo migliore - racconta ancora - Abbiamo quindi deciso di uscire con la macchina per andare nel quartiere Riyadh dove abbiamo trovato ospitalità dalla famiglia Ayoub". 

Uno spostamento tutt'altro che facile per Costanza e il sudanese con cui ha lasciato il rifugio al piano terra. "Siamo usciti durante i bombardamenti e sentendo in lontananza raid aerei, con la paura di poter essere colpiti dai missili o di essere uccisi ai posti di blocco", testimonia ancora. Le strade di Khartoum sono un campo di battaglia in cui a ogni angolo c'è un soldato pronto a controllare chiunque passi. "Al primo posto di blocco dei paramilitari ci hanno fatti scendere dalla macchina e ci hanno posizionati in fila al muro, caricando e puntandoci addoso le armi - dice ancora - Dopo aver controllato i nostri documenti e litigato fra loro, ci hanno lasciati andare". 

A Riyadh, a casa della famiglia di sudanesi coopti di origine egiziana, Costanza è rimasta per tre giorni. "Dopo telefonate di suppliche all'Unità di crisi siamo riusciti a spostarci ancora una volta con i nostri mezzi e abbiamo raggiunto Omdurman da cui, dopo aver trovato ospitalità nella sede dell'Ovci, una organizzazione internazionale di riabilitazione pediatrica, abbiamo ricevuto l'ok per raggiungere l'aeroporto militare e tornare in Italia", spiega ancora. 

Ancora per qualche settimana Costanza Matafù non tornerà in Sudan, "ma ho lasciato tutto lì e spero di andare a recuperare le mie cose per poi decidere cosa fare", spiega. L'amarezza più grande è pensare alla popolazione sudanese, "dove in molti sono scappati e dove avevamo tanti progetti attivi di transazione democratica, come tante altre agenzie di cooperazione europee - racconta - Non so cosa succederà ma questa guerra e lo stop alle attività rappresentano una grossa perdita per un paese già in condizioni pessime e per la popolazione che ha bisogno di aiuto". 

"Chiunque vinca questa guerra vincerà su una città fantasma e su un popolo devastato che non li appoggia e dove sono tutti contrari a un governo che non vogliono preferendo comunque dei rappresentanti civili", conclude. 

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