Mercoledì, 28 Ottobre 2020
Stefano Cucchi è morto pochi giorni dopo l'arrestato avvenuto il 15 ottobre del 2009
Cronaca / Italia

Cucchi, il superteste chiede scusa alla famiglia: "Stefano preso a calci in faccia"

La deposizione del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che ha rivelato a nove anni di distanza che il geometra romano 31enne venne 'pestato' da due suoi colleghi. Tedesco ha ricordato le fasi del pestaggio di Stefano Cucchi il 15 ottobre 2009

"Innanzitutto voglio chiedere scusa alla famiglia Cucchi". In un'aula piena per la nuova udienza del processo Cucchi-bis in Corte di Assise a Roma è stato il giorno della deposizione del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che ha rivelato a nove anni di distanza che il geometra romano 31enne venne 'pestato' da due suoi colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, imputati come lui di omicidio preterintenzionale. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia insieme con il maresciallo Roberto Mandolini, mentre della sola calunnia risponde il militare Vincenzo Nicolardi.

"Voglio chiedere scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile"

Il superteste ha ricordato le fasi del pestaggio di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 per droga e morto una settimana dopo all'ospedale Sandro Pertini di Roma. Tedesco ha ribadito la sua versione di quello che successe la notte stessa dell'arresto Cucchi nella caserma dei Carabinieri della Compagnia Casilina.

"Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano".

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Il superteste-imputato Francesco Tedesco depone davanti alla Corte d'Assise durante il processo nel tribunale di Roma, 8 aprile 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nel corso della deposizione Tedesco ha spiegato che sarebbe stato Di Bernardo a spingere con violenza Cucchi, provocandone una caduta in terra sul bacino.

"Poi sbatté anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi D'Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Stefano".

Tedesco ha spiegato perché ha deciso di parlare solo dopo 9 anni. Il carabiniere ha poi spiegato in aula il muro, fatto anche di minacce e depistaggi, che si è trovato davanti dopo la morte del geometra 31enne.

"Subito dopo i fatti ho provveduto a chiamare per telefono Mandolini, mio superiore e da allora ho cominciato ad avvertire intorno a me solitudine e isolamento. Ho redatto una relazione di servizio che poi è stata fatta sparire. Cambiavano le annotazioni davanti a me come se non esistessi. Sono stato minacciato e obbligato dopo il 29 ottobre 2009 a seguire la linea dell'Arma se avessi voluto fare ancora il carabiniere. Ho vissuto come una violenza tutta questa situazione. Mi sono sentito incastrato in una morsa dalla quale sarebbe stato difficile uscire".

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La piantina della camera dove Stefano Cucchi e stato picchiato, disegnata dall'imputato Francesco Tedesco, durante il processo nel tribunale di Roma, 8 aprile 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Tedesco ha ribadito che il maresciallo Mandolini, "il giorno che sarei dovuto andare dal pm, mi invitò a dire che Cucchi stava bene e che non era successo niente".

"Il maresciallo Mandolini, quando gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare, mi disse 'Tu devi seguire la linea dell'Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere'. Percepii una minaccia nella sue parole". "Ho avuto paura perché quando il 29 ottobre del 2009 sono stato costretto a non parlare mi sono sentito in una morsa dalla quale non potevo uscire. Se avessi parlato allora sarei stato contro il mondo. Poi si sono succeduti vari eventi, sapevo che Casamassima aveva iniziato a parlare e ho cominciato a non sentirmi più solo. Cercavo di trovare un contatto con qualcuno in tutti i modi per dire questa cosa".

Il carabiniere, imputato e superteste, ha detto in particolare cosa lo ha spinto dopo tanti anni a raccontare la verità: "La lettura del capo di imputazione ha inciso molto, come pure il fatto che ci fosse un nesso di causalità tra il pestaggio, la caduta e la morte. La lettura di quel capo di imputazione mi colpì perché descriveva quello a cui avevo assistito e da questo è scaturito il fatto che non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso" ha sottolineato Tedesco. "Adesso che sono stato sospeso dall'Arma, mi sento meglio, senza più intimidazioni e quelle pressioni - ha concluso- Sono più tranquillo perché mi sono accorto che non sono solo".

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Ilaria Cucchi durante il processo all'interno del tribunale di Roma a piazzale Clodio 8 aprile 2019 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

"La sento raccontare dalla viva voce del carabiniere Tedesco, uno dei protagonisti. Guardo in fondo all'aula e incrocio gli sguardi dei miei genitori che ascoltano la descrizione dell'uccisone del loro figlio. Consola però, il fatto che non siamo più soli: oggi sappiamo che il comando generale dell'Arma si è schierato con la verità".

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