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Domenica, 26 Maggio 2024
Dopo l'assoluzione

Omicidio Macchi, Stefano Binda risarcito con oltre 300mila euro

L'uomo riceverà un indennizzo per gli anni trascorsi ingiustamente in carcere. Il delitto della 21enne uccisa nel 1987 con 29 coltellate resta un caso irrisolto

La corte d'Appello di Milano, quinta sezione penale, oggi ha depositato l'ordinanza con la quale ha accolto l'istanza di riparazione per ingiusta detenzione proposta da Stefano Binda "con riferimento al periodo di custodia in carcere subito nel procedimento penale relativo all'omicidio di Macchi Lidia" la ragazza di 21 anni uccisa a gennaio del 1987 con 29 coltellate. All'uomo, assolto in via definitiva, "è stata liquidata a titolo di indennizzo la somma di 303.277,38 euro". Il caso è chiuso. Binda verrà risarcito per ingiusta detenzione avendo dovuto scontare 3 anni e mezzo di carcere dopo essere stato accusato dell'omicidio della giovane. In primo grado Binda era stato condannato all'ergastolo, e poi prosciolto in appello dalla Corte di Assise di appello di Milano, sentenza confermata dalla Cassazione. 

L'omicidio di Lidia Macchi

Ma riavvolgiamo il nastro e ripercorriamo la vicenda dall'inizio. Il cadavere di Lidia Macchi, 21 anni, venne trovato il 7 gennaio 1987 in un boschetto dei pressi dell'ospedale a Cittiglio, in provincia di Varese. La giovane era scomparsa due giorni prima. I genitori, non vedendola rincasare, avvisarono i carabinieri e si rivolsero ai quotidiani per diramare la foto della ragazza. Lidia era andata a trovare l'amica Paola Bonari, ricoverata all'ospedale di Cittiglio e convalescente per un incidente stradale. Tutti si mobilitarono per le ricerche. Il cadavere venne ritrovato vicino alla sua Panda in un boschetto a 700 metri dall'ospedale. Lidia aveva avuto un rapporto sessuale prima di morire, ma non è mai stato accertato se fosse stata violentata. 

La lettera inviata ai genitori e l'arresto di Binda (30 anni dopo)

Proprio durante i funerali di Lidia, il 10 gennaio 1987, venne inviata ai genitori una lettera anonima intitolata "In morte un'amica": sembrava ricostruire con un linguaggio mistico gli ultimi istanti di vita della ragazza.

Si indagò su quattro sacerdoti e membri di Comunione e liberazione, senza esito. Le indagini coinvolsero altri conoscenti della vittima, ma non si arrivò mai a nulla. Fino al 2015. Un uomo di Brebbia (Varese), disoccupato, venne indagato. Si chiama Stefano Binda, ciellino, ed ex compagno di liceo di Lidia Macchi. Patrizia Bianchi, ciellina anche lei, si era presentata alla polizia dopo aver visto, durante il programma tv "Quarto Grado", la lettera ricevuta il 10 gennaio 1987 dai genitori della sua amica Lidia.

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Patrizia sosteneva di aver riconosciuto la grafia di Binda, di cui era innamorata, circostanza che sembrava corroborata da una perizia. Nel 2016 Stefano Binda venne arrestato. Secondo i giudici che si occuparono del caso l'autore della lettera era anche il killer: conosceva troppi particolari che, in quei giorni del 1987, non erano stati ancora resi noti ai media.

Al processo di primo grado Binda venne riconosciuto colpevole dell'omicidio e condannato all'ergastolo. Lui si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. "Non ho ucciso Lidia Macchi, non l'ho uccisa io, non so nulla di quella sera". Nel luglio del 2019 sul caso è arrivata la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano che ha ribaltato il verdetto di primo grado. Per i giudici non è stato lui ad uccidere Lidia. A gennaio del 2021 i giudici della prima sezione penale della Cassazione hanno confermato l'assoluzione affermando che la "certezza fattuale di ogni singolo elemento addotto dall'accusa", per arrivare "con logicità e congruenza di argomenti alla conclusione che i dati indiziari non hanno alcun grado di certezza in fatto e nessuna valenza intrinseca, perché frutto di presunzioni e congetture". Tradotto: le accuse contro Binda non reggono, sono mere congetture. Ora l'uomo verrà risarcito per ingiusta detenzione. 

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