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Martedì, 18 Giugno 2024
CRONACA

Tutti i medici sono obiettori: donna abortisce nel bagno di un ospedale

Succede a Roma: Valentina Magnanti ha una grave patologia e deve abortire al quinto mese. Lo fa, nel bagno dell'ospedale Pertini, senza assistenza perché tutti i medici sono obiettori

Si chiama Valentina Magnanti e oggi ha 28 anni. Sogna di diventare mamma ed è affetta da una rara patologia genetica, che non glielo impedisce. Potrebbe avere un figlio attraverso la fecondazione assistita ma la legge 40, che regola tale procedura, non glielo consente. L'unica cosa che può fare Valentina è rimanere incinta, sperare e attendere il quinto mese per vedere se il bambino che porta in grembo è sano o meno. In pratica con il contesto normativo attuale lei è 'libera di scegliere' se abortire o meno al quinto mese.

Questo è successo nel 2010 quando Valentina ha abortito al Pertini a Roma. Il punto è che lo ha fatto in bagno, sola e senza assistenza. Il tutto perché in uno degli ospedali più famosi del Paese tutti i medici erano obiettori e si sono rifiutati di assisterla. Così a quasi quattro anni da quella terribile esperienza il giudice del tribunale di Roma ha sollevato dubbio di legittimità costituzionale sulla legge 40.

Una storia terribile che l'associazione Coscioni rende nota in conferenza stampa, a dieci anni dall'approvazione del provvedimento e per comprendere gli effetti che la legge ha avuto in questo periodo sulla società.

Così Valentina Magnati racconta in prima persona quello che le è successo: "Decisi, in accordo con mio marito di interrompere la gravidanza. Ci recammo lo stesso giorno dal ginecologo che mi seguiva, il quale però si rifiutò di farmi ricoverare perché obiettore di coscienza. Riesco, dopo vari tentativi, ad avere da una ginecologa del Sandro Pertini il foglio di ricovero, dopo due giorni però, poiché soltanto lei non era obiettore. Il 27 ottobre entro in ospedale e inizio la terapia per indurre il parto. Dopo 15 ore di dolori lancinanti, vomito e svenimenti, partorisco dentro il bagno dell' ospedale con il solo aiuto di mio marito. Nessuno ci ha assistito nemmeno dopo aver chiesto soccorso più e più volte. Non li abbiamo denunciati purtroppo soltanto perché eravamo sconvolti da quello che avevamo vissuto. Nessuna donna al mondo dovrebbe provare quello che ho provato io e che purtroppo ancora tantissime donne provano...".

Dopo l'esperienza terribile vissuta insieme, la coppia ricorre all'aiuto della medicina, chiedendo l'accesso alla fecondazione assistita per conoscere lo stato di salute dell’embrione prima del trasferimento in utero come previsto dagli artt. 14 c.5 e 13 c 2 L.40/04. Valentina e Fabrizio si sono dunque rivolti all’Azienda USL Roma A, presso l’Unità Ospedaliera di Fisiopatologia della Riproduzione e Fecondazione Assistita, Centro per la Salute della Donna S. Anna, dove il Responsabile Dr. Antonio Colicchia dichiara che la struttura "non eroga la prestazione di diagnostica genetica preimpianto".

Dinanzi all'ennesimo rifiuto Valentina e fabrizio si rivolgono all’Associazione Luca Coscioni, che tramite l’avvocato Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione, avviano un procedimento contro la struttura ospedaliera. Infatti, come risulta dal Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita (art. 11 L. 40/04) l’U.O. di Fisiopatologia della Riproduzione e Fecondazione Assistita, Centro per la Salute della Donna S. Anna risulta essere un centro pubblico autorizzato ad applicare tecniche di III^ livello e pert anto in grado di eseguire fecondazione in vitro  e di fornire informazioni sullo stato di salute dell’embrione a seguito di richiesta della coppia ai sensi della legge 40/04. Così il giudice Bianchini del Tribunale di Roma solleva dubbio di legittimità costituzionale. (da RomaToday)

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