"Le donne sono le nuove schiave delle agromafie"

"Quando si parla di caporalato, ci dimentichiamo che ci sono anche tante donne italiane sfruttate nei campi", dice a Today l'avvocato Olga Simeoni, che spiega: "L'unico antibiotico per combattere il caporalato e lo sfruttamento è la politica"

Paola Clemente aveva 49 anni. E' morta il 13 luglio 2015, sotto un tendone nelle campagne di Andria, dove stava lavorando da ore sotto il sole per l'acinellatura dell'uva. Pagata due euro l'ora. Il suo cuore, affaticato da quindici anni di lavoro nei campi, non ha retto alla fatica. Due anni dopo, sei persone sono state arrestate per la morte di Paola: tutti loro, a vario titolo, sono stati accusati di reati riconducibili al fenomeno del caporalato. 

Secondo il "Rapporto agromafie e caporalato", nel 2015 sono stati circa 400mila i lavoratori italiani e stranieri vittime del caporalato mentre, come rileva l'Istat, su 1.200.000 addetti in agricoltura il 43% è costituito da lavoro sommerso: un business che genera per le agromafie un fatturato di 12,5 milioni di euro. Tra quelle migliaia di lavoratori, molte sono donne. Di loro si è parlato in un convegno organizzato dall'Agi, l'associazione delle giuriste italiane, che ha messo intorno a un tavolo a Roma istituzioni, forze dell'ordine, parti sociali e associazioni del terzo settore, per discutere sul fenomeno dello sfruttamento delle donne in agricoltura, con l'obiettivo di favorire la costituzione di una rete tra gli stakeholders e lavorare insieme per trovare soluzioni a un fenomeno, quello del lavoro nero e "grigio", che nel mondo agricolo sta assumendo un carattere strutturale. 

"Quando si parla di caporalato, vengono subito in mente i giovani immigrati di colore sfruttati per la raccolta dei pomodori. Eppure ci dimentichiamo che ci sono anche tante, tantissime, donne italiane, che magari si alzano nel cuore della notte per raggiungere i campi all'alba e lavorare fino a tredici ore consecutive, come Paola Clemente", spiega a Today l'avvocato Olga Simeoni, membro dell'Agi e consigliere di amministrazione del Centro Agroalimentare di Roma, "che non tutti sanno essere il Comune agricolo più grande d'Europa". 

Quello che avviene nelle campagne italiane ("ma anche all'estero, solo che non ce lo fanno sapere: noi italiani invece siamo bravissimi a lavare i nostri panni sporchi in pubblico", commenta amara l'avvocato Simeoni)  non è altro che una nuova schiavitù, denuncia l'Agi, che però spesso viene considerata un male necessario per poter rimanere competitivi, una conseguenza della globalizzazione dei mercati e del dumping sociale, che colpisce di più proprio le donne e che, ricorda l'associazione, ha un impatto maggiore nei contesti sociali e culturali in cui vi è una conoscenza limitata dei diritti dei lavoratori. Soprattutto in questi contesti le donne hanno più difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro.

Eppure in Italia, una delle prime, grandi conquiste per quanto riguarda i diritti del lavoro si deve proprio alle donne. "Non tutti sanno infatti che i primi contratti collettivi nazionali furono firmati dalle mondine", ricorda Olga Simeoni. Erano i primi anni del Novecento e braccianti e mondine insieme riuscirono a strappare ai padroni l'accordo sulle otto ore giornaliere. "E' importante ricordare proprio il ruolo di queste donne, che si sono unite e hanno ottenuto il riconoscimento dei loro diritti".

legge caporalato ansa-2

"I due grandi problemi che gli imprenditori agricoli italiani si trovano ad affrontare sono l'accesso al credito e il costo del lavoro. Questo li porta spesso a rivolgersi all'usura per un 'credito facilitato' e a finire tra le mani del caporalato, che assicura manodopera a basso costo e soprattutto 'garantisce' che non ci saranno noie legali e rivendicazioni sindacali", dice l'avvocato Simeoni. Ci sono però anche tanti imprenditori virtuosi che rifuggono da questo meccanismo, come è emerso nel corso del dibattito, al quale hanno partecipato anche rappresentanze datoriali, la Coldiretti, i carabinieri, la Chiesa e soprattutto diversi esponenti politici. "La parte buona della nostra imprenditoria sta creando gli anticorpi per questo sistema, ma non basta: serve infatti l'intervento della politica, per cercare una soluzione. La politica è l'antibiotico". 

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