Sabato, 19 Giugno 2021
Carcere

Cosa è successo da quando non c'è più la Fini-Giovanardi

A un anno e mezzo dall'abolizione, il sesto Libro bianco sulla legge sulle droghe fotografa i cambiamenti e le contraddizioni nel nostro Paese. Perché una sottile linea collega gli istituti penitenziari alle leggi in materia di stupefacenti

E' passato più di un anno dal 12 febbraio 2014, quando la Corte costituzionale ha abolito una delle leggi più discusse nel nostro Paese: la Fini-Giovanardi. Si è tornati così alla Iervolino-Vassali, introdotta nel 1993. Alla vecchia normativa si sono andate ad aggiungere le modifiche introdotte dal decreto Lorenzin, che pur reintroducendo la differenza tra droghe pesanti e leggere, ha ridotto pene e sanzioni per il piccolo spaccio. 

Sin dalla sua approvazione la Fini-Giovanardi è stata definita una legge "carcerogena" e in molti, tra attivisti, ricercatori e giuristi, hanno evidenziato come il provvedimento fosse uno dei fattori che ne incentivava il sovraffollamento. Per confermare questa tesi sono arrivati i dati raccolti nel sesto Libro bianco sulla legge sulle droghe: un vero e proprio studio che rende visibile questo filo che lega la legislazione sulle droghe ai problemi degli istituti penitenziari. Ma non solo: tra le sue pagine si possono trovare anche i dati che riguardano i consumi, gli scenari internazionali e le due proposte di legge sulla riforma sugli stupefacenti. 

Da quando la legge "carcerogena" non c'è più in carcere ci sono 9mila detenuti in meno, ben 5mila e cinquecento per reati connessi allo spaccio e alla detenzione di stupefacenti. Per la violazione dell'articolo 73, relativo proprio allo spaccio, ci sono stati 13.972 nuovi ingressi, mentre già solo nel 2013 erano stati 18.151. Ma ancora oggi il 33.56% di chi vive in carcere è stato imputato o condannato per droga, praticamente un detenuto su tre. 

Andando inoltre a guardare chi è finito in carcere per detenzione o spaccio di droga si scoprirà che la metà dei reati (il 49,16%) è connesso ai cannabinoidi (marijuana e hashish), quelle che secondo altre legislazioni (non quella italiana) sono definite "droghe leggere". "Sono le leggi sulle droghe il principale motore della carcerazione di massa, un dato che si nota sia quando i detenuti aumentano ma anche quando diminuiscono" dice Stefano Anastasia, presidente della Società della ragione, associazione che si occupa di diritto penale. 

Un dato che si riflette non solo nella detenzione, ma anche nelle sanzioni amministrative: "Ben l'82% di persone segnalate dalle questure nel nostro Paese per sanzioni amministrative sono consumatori di cannabinoidi - spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice del Centro nazionale di ricerca- Nel 2014 il consumo di droghe pesanti è rimasto invariato mentre quello di droghe leggere è aumentato. I consumatori sono sempre di più ogni anno che passa, almeno dal 2006".

"La nostra legge è ancora il volano che porta le carceri in una situazione fuori controllo. Dal 1990 sono un milione le persone segnalate per cannabinoidi. Un dato che evidenzia la necessità di una riforma della legislazione sulle droghe che risolva il problema alla radice" spiega Daniele Farina, deputato di Sel. 

In effetti due proposte di legge su questo tema esistono: una riguarda la depenalizzazione del consumo mentre l'altra vorrebbe regolamentalo a livello di produzione e commercio. Entrambe però puntano a una vera e propria riforma del Testo unico sulle droghe 309/90, con l'obiettivo di arrivare davvero alla chiusura di una vera e propria stagione proibizionista con una prospettiva di un intervento ragionevole e intelligente e una pratica di sperimentazione sociale" si legge nel Libro bianco. Solo così sarebbe possibile raggiungere l'obiettivo di chi batte per la riforma della legge sugli stupefacenti: una vera e propria "svolta di civiltà giuridica e di umanità". 

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