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Venerdì, 19 Aprile 2024
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Tribunali, scuole e multisala a "effetto bomba": i dieci edifici più pericolosi da abbattere

Il rapporto di Legambiente stila la top ten degli edifici costruiti in aeree a rischio idrogeologico, da demolire prima di nuove tragedie ed effetti disastrosi, in attesa del prossimo evento meteorologico

Scuole, tribunali, centri commerciali, edifici pubblici e privati, nel quale ogni giorno la vita delle persone che ci vivono o ci lavorano è a rischio. C’è di tutto nell’elenco di Legambiente dei dieci edifici da demolire perché costruiti in aree a rischio.

LA TOP TEN DELLA PAURA - È a rischio infatti il tribunale di Borgo Berga di Vicenza costruito tra due fiumi, come pure la Casa dello Studente di Reggio Calabria edificata all'interno di una fiumara. Il Centro Multisala Cinema di Zumpano (Cs) è stato edificato su una scarpata vicino al fiume Crati, mentre la Scuola di Aulla è stata realizzata sul letto del fiume Magra. Nella top ten stilata da Legambiente ci sono anche un centro commerciale a Chieti, costruito a soli 150 metri dall'argine del fiume Pescara, come pure l’edificazione in area a rischio sul torrente Coriglianeto (Cs), le segherie di Carrara, l'area artigianale di Genova e il deposito di materiali radioattivi di Saluggia. Un dossier dell’associazione ha individuato quelle che sono autentiche situazioni di emergenza dove occorre intervenire subito per mettere in campo un cambiamento, vere e proprie bombe a orologeria in attesa del prossimo evento meteorologico, che mettono in pericolo vite umane e richiedono notevoli spese per riparare i danni, di anno in anno più elevate. Dieci casi simbolo con edifici collocati in aree R3 e R4 di rischio idrogeologico, dove esondazioni, alluvioni e situazioni di pericolo si ripetono con cadenza regolare e dove la prossima emergenza può essere solo questione di tempo.

ITALIA DISSESTATA - Sono infatti ben 6.633 i Comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni, a causa della forte urbanizzazione che ha interessato anche le aree a maggior rischio. Dal 2000 al 2015 si sono verificati circa 2mila eventi atmosferici estremi con frane e allagamenti che hanno causato la morte di più di 300 persone e richiesto uno stanziamento economico di oltre un miliardo di euro solo negli ultimi cinque anni. Bisogna "cambiare le forme di intervento nel territorio", dice il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini, e "ripensare la pianificazione urbanistica attraverso la chiave dell'adattamento al clima" perché "ce lo chiede da tempo la commissione europea e ce lo consentirebbero anche i fondi strutturali 2014-2020".

GLI ANGELI DEL FANGO A GENOVA | INFOPHOTO

UN CAMBIAMENTO CULTURALE - "Si tratta però di un grande cambiamento culturale”, dice ancora Zanchini, che ricorda: una “gestione sciagurata del territorio può contribuire ad aggravare i rischi per le persone e le cose” e servono quindi “scelte nuove e radicali” perché “in caso di edifici che mettono a rischio le persone che vi abitano o vi lavorano e anche chi sta intorno, l'unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione delle attività”. Rimuovere questi edifici è una "necessità", dice il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti, ma tali pratiche - spiega l’associazione - non sono minimamente considerate anche nel caso di edifici, infrastrutture e opere costruite palesemente in posti sbagliati ad elevato rischio - e quindi periodicamente soggetti ad interventi per la loro manutenzione o per la ricostruzione delle opere che li difendono - continuando a preferire la strategia di mantenerli dove sono e di proteggerli strenuamente.

L’APPELLO ALLE AUTORITA’ - “Tutti i soggetti coinvolti (Ministeri, Regioni, Autorità di bacino, uffici tecnici comunali, ordini professionali, associazioni di categoria, commercianti, artigiani, comitati e cittadini), dovrebbero avviare una concertazione con l'obiettivo di rivedere la programmazione degli interventi e predisporre opportuni vincoli sulle aree oggetto degli interventi di delocalizzazione, individuando soluzioni procedurali e economiche per realizzare gli interventi di demolizione e delocalizzazione”, conclude Zampetti. “Occorre poi inserire gli interventi di delocalizzazione all'interno della pianificazione di bacino (a partire dai Piani di gestione del rischio alluvioni), e in un programma più ampio di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici e riqualificazione urbana, con l'obiettivo di aumentare la capacità di risposta della città ai sempre più frequenti eventi meteorici intensi, ristabilendo il delicato equilibrio tra la città e i corsi d'acqua e riducendo il carico delle attività antropiche nelle aree a maggior rischio".

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