Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

"Yara morì dopo una lenta agonia": il pm chiede l'ergastolo per Bossetti

Il sostituto procuratore Letizia Ruggeri ha ripercorso in aula le prime fasi delle indagini e ha spiegato perché all'imputato viene contestata anche l'aggravante delle sevizie e crudeltà. Secondo la pubblica accusa l'incontro fatale con Bossetti avvenne "vicino alla casa della vittima" ma "non è possibile individuare un movente" per il delitto

Sei anni di indagini, dieci mesi e mezzo di udienze e oggi il processo è arrivato alla stretta finale. A quasi due anni dal suo arresto, Massimo Bossetti, unico imputato e unico indagato per l'omicidio di Yara Gambirasio, oggi ha conosciuto il suo destino. Un destino che potrebbe chiamarsi ergastolo. La pena massima, in attesa della sentenza attesa per il primo luglio.

E' questa, infatti, la richiesta di pena arrivata dal pm Letizia Ruggeri per il carpentiere di Mapello che, attraverso i suoi legali, nei giorni scorsi aveva fatto sapere di essere pronto al peggio. Davanti alla richiesta di condanna il muratore è rimasto impassibile, mentre la sorella Laura è scoppiata in lacrime. 

Secondo il pm Ruggeri per il delitto "non è possibile individuare un movente", né affermare con certezza che Yara e Bossetti si conoscessero. Quanto all'incontro fatale tra la vittima e il suo carnefice, avvenne quasi certamente vicino a casa di Yara, e non davanti alla palestra. In via Morlotti oppure in via Rampinelli, due strade che la tredicenne avrebbe dovuto necessariamente percorrere per tornare a casa. Le ipotesi, secondo la pubblica accusa sono due: "O Bossetti l’ha convinta a salire o l’ha tramortita".

LA RICHIESTA DI CONDANNA - Dopo la prima parte di requisitoria - iniziata venerdì 13 maggio e interrotta dopo sette ore dalla presidente della Corte d'Assise Antonella Bertoja - oggi il pubblico ministero che ha condotto le indagini per la Procura ha concluso con la richiesta di pena. Il codice penale parla chiaro, come ricostruisce l'inviato di Repubblica Paolo Berizzi: "Ventuno anni è la pena base prevista per il reato di omicidio, ma a Bossetti (che è accusato anche di calunnia) vengono contestate anche due aggravanti, la cosiddetta minorata difesa (un uomo adulto contro un’adolescente) e l'aver "adoperato sevizie e aver agito con crudeltà".

Dopo una descrizione della personalità e delle abitudini di vita di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra uccisa il 26 novembre 2010, il pubblico ministero ha proseguito così la sua requisitoria al processo che si tiene nel tribunale di Bergamo:

Nei primi mesi delle indagini non avevamo davvero idea di cosa fosse successo, se si trattasse di un allontanamento volontario, di un omicidio o di altro. Nella via della famiglia Gambirasio abitano anche persone più benestanti e si è valutato persino il sequestro di persona per errore. Ci siamo davvero spaccati la testa su queste riflessioni, abbiamo valutato ogni pista possibile per riuscire a indirizzare le indagini. Poi fummo costretti ad andare a vedere il vissuto di questa ragazza. Emerse che Yara era una ragazza normalissima senza alcun segreto, che andava bene a scuola, non mostrava nessun problema e si relazionava normalmente con i suoi coetanei.

"La madre ci dice - ha spiegato ancora Ruggeri - che Yara non dava confidenza a nessuno, aveva un cellulare molto semplice, non usava i social network, si confidava con lei e la sorella Keba". Yara, insomma, era "una ragazza trasparente, assolutamente limpida di cui non si può sospettare che tenesse alcunché di segreto".

"MORTA TRA PAURA E DOLORE" - E non morì subito dopo l'aggressione, ma nelle ore successive, anche se stabilire la durata della sua agonia non è possibile, ha detto il pubblico ministero. La tredicenne, ha ricordato il pm, morì per una concausa delle lesioni subìte e per il freddo. "Avrà provato paura e dolore", ha aggiunto il magistrato che in aula ha ricostruito minuziosamente tutti i passaggi dell'indagine: dalla scomparsa di Yara al ritrovamento del corpo esattamente tre mesi dopo.

IL FURGONE, IL CAMPO DI CHIGNOLO E IL DNA - Il pm ha quindi sostenuto che chi ha ucciso Yara si è "accanito" sul corpo, circostanza tale da costituire aggravante di crudeltà e sevizie. Yara si trovava "al buio da sola, ha provato dolore e paura, in un posto dove faceva anche molto freddo". Una lenta "agonia" confermata dall'autopsia. Secondo gli specialisti che l'hanno eseguita per la Procura, il cadavere della ragazzina abbandonata al freddo nel campo di Chignolo presentava contusioni e anche ferite da arma bianca, tutte prodotte con la vittima ancora in vita.

LE "PROVE DELL'ACCUSA" - Proprio in quel luogo, sempre secondo l'accusa, Yara è stata uccisa la stessa sera in cui Bossetti ha caricato la ragazzina sul suo furgone Iveco Daily.

L'accusa ha dalla sua i filmati delle telecamere di sorveglianza che riprendono quell'autocarro nei pressi della palestra frequentata dalla tredicenne - "Quello non è il mio furgone", ha sempre sostenuto Bossetti - oltre alla relazione del Ris di Parma, secondo la quale sui leggings della giovane sono state trovate particelle riconducibili ai sedili del furgone dell'uomo. La prova regina? La presenza del suo Dna sugli indumenti della vittima. Una prova che la difesa del muratore di Mapello ha sempre giudicato incompleta.

Dal carcere di Bergamo, Bossetti ha fatto sapere di essere pronto al peggio e anche scritto una lettera - indirizzata alla madre e alla sorella e pubblicata dal settimanale "Oggi" - nella quale annuncia l'intenzione di volersi suicidare.

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