Mercoledì, 4 Agosto 2021
No allo spegnimento / Taranto

Cosa sta succedendo all'ex Ilva di Taranto

Il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza del Tar, che aveva accolto il provvedimento del sindaco di Taranto che imponeva la chiusura degli impianti dell'area a caldo. Giorgetti: ''Il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone''

L'ex Ilva di Taranto (Foto Ansa)

L'area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto, così come tutti gli impianti connessi, continueranno a funzionare. Il Consiglio di Stato ha infatto accolto il ricorso presentato da Acciaierie d'Italia annullando la sentenza del Tar di Lecce n.249/2021, che prevedeva invece lo spegnimento degli impianti. Il primo a commentare la notizia è stato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti: ''Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone. L'obiettivo è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato''.

La sentenza: no allo spegnimento dell'area a caldo

Come siamo arrivati a questa decisione del Consiglio di Stato? La sentenza n. 4802 di oggi va contro la decisione presa lo scorso febbraio dal Tar di Lecce, che invece si era schierato in favore dell'ordinanza n. 15 del 27 febbraio 2020, con cui il Sindaco di Taranto aveva ordinato la chiusura degli impianti interessati da emissioni inquinanti. La Sezione IV del Consiglio di Stato ha invece accolto il ricorso di ArcelorMittal e ha stabilito che l'ordinanza del primo cittadino non è legittima in quanto  per assenza di pericolo imminente.

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, aveva imposto la chiusura di sei reparti dell’area a caldo perché mettevano a rischio la salute dei tarantini. Una chiusura considerata ''obbligata'' dal primo cittadino in seguito agli episodi di emissioni di fumi e gas verificatisi nell’agosto 2019 e nel febbraio 2020 e delle successive verifiche ambientali e sanitarie. Il Tribunale amministrativo di Lecce aveva poi respinto i ricorsi presentati da ArcelorMittal

Le motivazioni del Consiglio di Stato

Per quale motivo il Consiglio di Stato ha respinto la sentenza del Tar? La sezione, si legge nella sentenza, non ha condiviso la tesi principale delle società appellanti, secondo cui deve escludersi ogni spazio di intervento del Sindaco in quanto i rimedi predisposti dall’ordinamento, nell’ambito dell’autorizzazione integrata ambientale (Aia) che assiste l’attività svolta nello stabilimento, sarebbero idonei a far fronte a qualunque possibile inconveniente. 

''Tuttavia – proseguono i giudici  - abbiamo ritenuto che quel complesso di rimedi (compresi i poteri d’urgenza già attribuiti al Comune dal T.U. sanitario del 1934, i rimedi connessi all’AIA che prevedono l’intervento del Ministero della transizione ecologica e le norme speciali adottate per l’Ilva dal 2012 in poi) sia tale da limitare il potere di ordinanza del Sindaco, già per sua natura “residuale”, alle sole situazioni eccezionali in cui sia comprovata l’inadeguatezza di quei rimedi a fronteggiare particolari e imminenti situazioni di pericolo per la salute pubblica''.

Premesso che l’accertamento giudiziale doveva concentrarsi unicamente sulla legittimità dell’ordinanza del Sindaco senza poter estendersi alle annose e travagliate vicende che hanno interessato lo stabilimento “ex Ilva” (oggetto di un piano di adeguamento adottato in base alla legislazione speciale post-2012, le cui tempistiche sono già state considerate legittime dal Consiglio di Stato con due pareri del 2019), la Sezione ha ritenuto che in concreto il potere di ordinanza d’urgenza fosse stato esercitato in assenza dei presupposti di legge, non emergendo la sussistenza di “fatti, elementi o circostanze tali da evidenziare e provare adeguatamente che il pericolo di reiterazione degli eventi emissivi fosse talmente imminente da giustificare l’ordinanza contingibile e urgente, oppure che il pericolo paventato comportasse un aggravamento della situazione sanitaria in essere nella città di Taranto, tale da indurre ad anticipare la tempistica prefissata per la realizzazione delle migliorie” dell’impianto.

''Pertanto - prosegue il Consiglio di Stato - pur senza negare la grave situazione ambientale e sanitaria da tempo esistente nella città di Taranto, già al centro di vicende giudiziarie penali e di una sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani (relativa però alla precedente gestione dello stabilimento, rispetto alla quale le misure intraprese negli ultimi anni hanno segnato “una linea di discontinuità”), si è concluso che “nella specie il potere di ordinanza abbia finito per sovrapporsi alle modalità con le quali, ordinariamente, si gestiscono e si fronteggiano le situazioni di inquinamento ambientale e di rischio sanitario, per quegli stabilimenti produttivi abilitati dall’A.I.A.”, non essendosi evidenziato un pericolo “ulteriore” rispetto a quello ordinariamente collegato allo svolgimento dell’attività industriale''.

Correlativamente, pur non condividendo l’impostazione delle società appellanti le quali imputavano al Tar leccese di aver debordato dal proprio ambito di giudizio, finendo per occuparsi dell’idoneità e adeguatezza delle misure connesse all’Aia anziché della legittimità dell’ordinanza del Sindaco (laddove invece la verifica dell’efficacia di tali misure era proprio finalizzata all’accertamento circa la sussistenza o meno dei presupposti per l’intervento del Sindaco), la Sezione ha ritenuto che il rigetto del ricorso in primo grado non trovasse conforto neanche nelle risultanze dell’istruttoria svolta dallo stesso Tar, laddove da un lato è emerso che i più recenti episodi emissivi non sono dovuti a difetti strutturali dell’impianto, dall’altro è stata acquisita una congerie di dati a volte non pertinenti e comunque non tali da provare in modo certo l’esistenza di particolari anomalie tali da costituire serio e imminente pericolo per la popolazione. Anche sotto tale profilo, l’ordinanza risulta quindi emessa “senza che vi sia stata un’univoca individuazione delle cause del potenziale pericolo e senza che sia risultata acclarata sufficientemente la probabilità della loro ripetizione”.

L'ordinanza del Tar e il ricorso di ArcelorMittal

Per capire come siamo arrivati a questa sentenza è necessario fare qualche passo indietro. Lo scorso 19 febbraio la multinazionale ArcelorMittal, che gestisce gli stabilimenti dell'ex Ilva, aveva fatto ricorso contro l'ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, sulle emissioni inquinanti. Il documento imponeva, oltre alla chiusura dell'area a caldo, che gestore e proprietario dell'acciaieria, quindi ArcelorMittal e Ilva in amministrazione controllata, si impegnassero per individuare e rimuovere le fonti inquinanti. Lo scorso 19 febbraio era arrivata la decisione del Tar, che aveva respinto la richiesta della multinazionale di sospendere la decisione di spegnere gli impianti, dando sostanzialmente ragione alle motivazioni espresse dal primo cittadino di Taranto. Lo scorso 13 maggio era attesa la sentenza del Consiglio di Stato, che avrebbe dovuto confermare o meno la decisione del Tribunale amministrativo. I giudici hanno invece richiesto del tempo ulteriore per esaminare in maniera più approfondita la questione, fino ad oggi, quando è arrivata la sentenza.

Ricordiamo infine che questa decisione del Consiglio di Stato riguarda una richiesta di spegnimento differente da quella presentata dalla Corte d’Assise di Taranto il 31 maggio, insieme alle sentenze di primo grado del processo chiamato ''Ambiente Svenduto'', sulle irregolarità nel controllo ambientale dell’acciaieria. In quel caso i giudici avevano chiesto la confisca degli impianti dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto, gli stessi impianti che invece continueranno ad essere operativi. Almeno, per il momento.

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