Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca Ferrara

Federico Aldrovandi, 14 anni dopo: "Codici identificativi per le forze dell'ordine"

Aveva solo 18 anni quando trovò la morte il 25 settembre 2005. Quattro agenti sono stati condannati in via definitiva. Amnesty ha lanciato una campagna per chiedere l’introduzione, anche in Italia, di codici identificativi sulle uniformi e sui caschi

Aveva solo 18 anni Federico Aldrovandi quando trovò la morte. Quest’anno ne avrebbe compiuti 32. La sua vita venne interrotta 14 anni fa, nella notte del 25 settembre del 2005: il giovane ferrarese stava tornando a casa dopo una notte passata fuori quando incontrò sulla sua strada quattro agenti di polizia. "Un semplice controllo che si trasformò in qualcosa di terribile" ricorda oggi Amnesty International. Che torna a chiedere in questa tragica ricorrenza numeri identificativi per le forze dell'ordine.

La morte di Federico Aldrovandi è stato uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi anni in Italia. Le indagini iniziarono a rilento per una serie di depistaggi, le condanne molto contestate. Quattro agenti sono stati condannati in via definitiva, nel 2012, a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in uso legittimo delle armi – tre anni poi cancellati dall’indulto. Non sono stati espulsi dalla Polizia.

Federico Aldrovandi, morto il 25 settembre 2005

I quattro agenti erano stati condannati in primo grado nel luglio 2009. L’accusa era di aver ecceduto nel loro intervento, di non aver raccolto le richieste di aiuto del ragazzo, di aver infierito su di lui in una colluttazione imprudente usando i manganelli che poi si sono rotti. Non ha mai smesso di chiedere giustizia Patrizia Moretti, mamma di Federico, che raccontò la storia del figlio in un post che divenne tra i più letti in Italia nei primi mesi del 2006. Senza il suo coraggio e la sua ostinazione la morte di Federico sarebbe passata vergognosamente sotto traccia. 

Solo più tardi, dopo il post di Patrizia Moretti, giunsero la richiesta di molti cittadini di Ferrara e dell’allora sindaco, affinché si facesse luce sul caso. Alla condanna degli agenti si arrivò tra perizie contrapposte, ricorda oggi Amnesty: "Quelle che scagionavano la polizia, vedendo nell’assunzione di droghe le cause della morte; e quelle della famiglia, che sottolineavano come l’asfissia fosse stata provocata dalla ‘compressione toracica’ cui fu sottoposto dagli agenti di polizia. Grazie alla legge sull’indulto del 2006, la pena non fu mai scontata. Nel 2010 viene stabilito il risarcimento di 2 milioni di euro nei confronti della famiglia di Aldrovandi. In quello stesso anno la Corte d’Appello di Bologna confermava la sentenza emessa in primo grado. Nel 2012, dopo il ricorso in Cassazione, arriva la condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi".

Era il 3 febbraio 2017 quando la Corte dei Conti d’appello riconobbe agli agenti l’indulto amministrativo. 

Amnesty: "Codice identificativo per le forze di polizia"

Le forze di polizia sono attori chiave nella protezione dei diritti umani in un paese. Perché questo ruolo sia riconosciuto nella sua importanza e svolto nella piena fiducia di tutti, sono essenziali il rispetto dei diritti umani, la prevenzione delle violazioni, il riconoscimento delle eventuali responsabilità ed una complessiva trasparenza sul loro operato.

Da anni Amnesty si muove affinché in Italia si introducano forme di accountability (ovvero la responsabilità di rendere conto delle proprie azioni in modo trasparente) nell’operato delle forze di polizia. Un anno fa ha lanciato una campagna per chiedere l’introduzione, anche in Italia, di codici identificativi sulle uniformi e sui caschi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico.

Riteniamo ormai urgente che sia varata una normativa in linea con gli standard internazionali, che preveda l’utilizzo di codici identificativi alfanumerici ben visibili sulle uniformi degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico e che stabilisca che l’inosservanza di detto obbligo venga sanzionata. Il nostro auspicio è quello di intavolare un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate, compresi i sindacati delle forze di polizia.

La petizione di Amnesty per inserire i codici identificativi per le forze dell'ordine, una conquista di civiltà, è a questo indirizzo. Possono firmarla tutti i cittadini.

Federico Aldrovandi non è stato e no sarà mai dimenticato

Prima della partita Spal-Lecce, che cade proprio in contemporanea con il 14esimo anniversario della morte del ragazzo, la Curva Ovest ricorderà Federico: “E’ un simbolo d’amore, di lotta, di giustizia. Non diteci che non c’entra col calcio. Chi sta sui gradoni di una curva sa bene come in Ovest si celebri tutto ciò che crea appartenenza identitaria alla nostra città e Federico è fieramente entrato a far parte dell’identità della nostra città. Per questo lo vogliamo celebrare e ricordare. A tutti. Anche perché non accada mai più ai nostri figli quello che è successo a lui. Abbiamo ritenuto doveroso cogliere questa occasione per mostrare a tutta Italia il volto di un ragazzo che è divenuto nel corso degli anni, anche per il comportamento esemplare sempre tenuto dalla sua straordinaria famiglia, un simbolo della nostra città”.

La bandiera con il volto di Federico continuerà a sventolare ancora a lungo in tutti gli stadi italiani, in ogni partita della Spal, nonostante negli scorsi anni il giudice sportivo ne abbia surrealmente impedito l'ingressi in alcuni stadi, sostenendo che l’immagine di Federico rappresenta "una provocazione nei confronti delle forze dell’ordine".

La coreografia Ultrà nella partita Spal – Lecce è l’unico ricordo pubblico per quanto spontaneo, spiega Articolo21.org.  Per la prima volta dopo 14 anni non sono previste manifestazioni, cortei o concerti. L’Associazione Federico Aldrovandi si è sciolta la scorsa estate per volontà della famiglia. Lo ha spiegato così la mamma Patrizia Moretti:

“Non è vero che il tempo aiuta, anzi è sempre peggio: per me, per mio figlio Stefano, per mio marito Lino, il dolore è lacerante, continuo, enorme e diventa un buco nero a ogni commemorazione. Non ce la facciamo più a condividere sempre pubblicamente la nostra testimonianza e sentiamo il bisogno di ritirarci nel guscio. Non è possibile elaborare un lutto del genere ma vogliamo provare a farlo in famiglia".

 

"Ora che la memoria di Federico è una memoria condivisa lasciamo a voi giovani la memoria collettiva che non si deve disperdere, anzi, ringrazio sin da ora chi vorrà ricordarlo in altri contesti, che sia in un concerto o in curva, in un dibattito o in un incontro pubblico”. 

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