Domenica, 29 Novembre 2020
Rifiuti / Foggia

Rifiuti, come si precipita in emergenza: il caso Foggia

Dalla crisi economica della società di igiene urbana ai cumuli di sacchi d'immondizia per la città il passo è breve. Così Foggia è precipitata nel caos. Non senza dirette responsabilità della politica locale. Un caso che spiega il 'sistema' di (non) gestione della raccolta e dello smaltimento degli scarti urbani.

Da Napoli a Palermo, negli ultimi anni le cronache sono state piene di articoli e inchieste - giornalistiche e giudiziarie - sulle varie 'emergenze rifiuti'. Interessi trasversali di politica e clientele varie, ingerenze dei clan malavitosi, incapacità gestionale. In ogni emergenza c'è un po' di tutto.

Ma c'è un caso che nel 2012 è stato colpevolmente lontano dalla ribalta mediatica nazionale che però spiega perfettamente come una media città italiana possa, in pochi mesi, precipitare nel caos con una diretta responsabilità dell'amministrazione comunale. Parliamo di Foggia. Anzi, del 'Caso Foggia'.

Il 2012 nel capoluogo pugliese si è chiuso tra cumuli di spazzatura nauseabondi e strade lastricate di rifiuti di ogni genere. Una cartolina indegna per una città che rappresenta plasticamente il tracollo della provincia, anzitutto sul fronte politico e, a cascata, sul versante amministrativo, sociale, economico, culturale.

Il Natale "dell'immondizia" è così l'inevitabile epilogo di anni di gestione clientelare ed affaristica della cosa pubblica in cui gli interessi elettorali e di strapotere dei singoli hanno spesso prevalso su quelli pubblici e di servizio alla città. Il tutto col silenzio, colpevole quando non connivente, dei sindacati.

Su questi anni oggi la magistratura indaga: sulle scrivanie della Procura giace un corposo fascicolo dal quale, come dal mitico vaso di Pandora, vien fuori di tutto e si stagliano inquietanti ombre mafiose.

Perché non vi è dubbio che l’emergenza rifiuti a Foggia sia la diretta conseguenza dell’emergenza finanziaria in cui la società di igiene urbana "Amica" è sprofondata. Utilizzata come vacca da mungere dai partiti che ne hanno fatto il bacino elettorale per eccellenza e gravata da un numero di personale spropositato rispetto alle reali esigenze della città, per la gran parte finito negli uffici a dettar legge e regole a quei pochi spazzini senza santi in paradiso rimasti per strada.

I bilanci non hanno retto più. Il 2012 è l'annus horribilis: a staccare la spina ad una società decotta e sospettata di "infiltrazioni mafiose" è il Tribunale. Amica fallisce. O meglio, implode. Sessanta milioni di euro i debiti accumulati, la fetta maggiore negli ultimi 5 anni frutto di forniture, imposte e contributi previdenziali non pagati.

A determinare questa situazione fallimentare, secondo gli stessi giudici, la gestione politico-amministrativa della società che ha un unico socio, il Comune di Foggia.

Amica spa è la società madre, quella nata dopo la trasformazione della vecchia municipalizzata. Correva l'anno 2005. Al Comune un'amministrazione di centrosinistra targata Orazio Ciliberti. Prima di lui, per due mandati, Paolo Agostinacchio, esponente storico della destra dura e pura. E' in quell'epoca, nei primi anni 2000, che Amica comincia ad esser gonfiata di società "figlie" che, col passare del tempo, ne appesantiranno paurosamente i bilanci.

Sotto la presidenza Lucia Lambresa viene creata "Daunia Ambiente" per la differenziata, società partecipata a maggioranza da Amica e da una fetta di privati. E' qui che si consuma l' 'infornata' più grossa: oltre 100 assunzioni. Dieci anni di vita sofferta, Dauniambiente fallisce ancora prima di Amica, nel 2011, e il crack finisce nel calderone della società madre.

Nel 2005 alla presidenza di Amica arriva Antonio Di Biase, l'attuale direttore della barese Amiu che, col presidente Grandaliano, ha "trattato" per il soccorso levantino nel capoluogo dauno. Con Di Biase avviene la trasformazione di Amica in spa. Ma Di Biase dura poco meno di un anno. Già ad inizio 2006 viene sostituito dall'attuale senatrice Colomba Mongiello, che per sedere alla presidenza della società di Corso del Mezzogiorno si dimette da consigliere comunale. A Palazzo di Città sono i tempi di Orazio Ciliberti e del centrosinistra.

Amica si moltiplica ancor più al suo interno. Vengono create Amica Gestioni ed Amica Energia. La prima si occupa praticamente di tutto, fuorché di rifiuti: rilevazione riscossione imposte, guardiania immobili comunali, assistenza nelle scuole comunali; la seconda, nelle intenzioni, di progetti e programmi energetici ma concretamente non è mai partita. Tanto basta però per fare altre assunzioni e moltiplicare i consigli di amministrazione dove ciascun partito rivendica la sua poltrona per il proprio uomo di fiducia. Così, tra il 2005 e il 2006 in Corso del Mezzogiorno altri 60 entrano alle dipendenze di Amica.

Nel 2008 155 progressioni verticali, con l'avallo dei sindacati, promuovono negli uffici la gran parte del personale sguarnendo le strade di spazzini. Succede così che si affidano i servizi all'esterno, in gran parte a cooperative sociali. I bilanci si aggravano.

Quando si insedia Gianni Mongelli, è il giugno 2009, Amica è praticamente ad un passo dal tirare le cuoia. Si smantellano i cda, la società viene messa in liquidazione, arrivano due viceprefetti e il supermanager dei rifiuti Raphael Rossi, si tenta affannosamente di acciuffare l'amministrazione straordinaria, sfruttando la così detta Prodi Bis per le grani imprese. Inutile. La società implode e cade sotto i colpi, duri, delle sentenze dei Tribunali, prima foggiano e poi barese. Sono i tempi dell'emergenza rifiuti cronica in città, delle proteste, dei cassonetti bruciati, delle discariche a fuoco, delle chiavi rubate ai mezzi per non farli uscire, dei compattatori scortati dalla Polizia. Si tenta di difendere lo status quo. Impossibile. I giudici non fanno sconti.

Ad aprile l'operazione "Piazza Pulita", condotta dalla Dda di Bari, porta all arresto di 9 persone, otto delle quali ritenute personaggi di spicco della criminalità organizzata e l'ultimo presidente di Amica, Elio Aimola, vicino al Pd, in carica dal 2007 al 2010, che finisce agli arresti domiciliari. Per la prima volta si parla di "infiltrazioni mafiose" all'interno della pubblica amministrazione. Gli inquirenti parlano espressamente di "quarta mafia".

Quindi la sentenza di fallimento. Nelle more di trovare una soluzione definitiva, si tenta la strada dell'affidamento all'esterno del servizio di igiene urbana (che ricordiamo essere essenziale per la città) e per espletare il quale i foggiani pagano un'imposta (la Tarsu) nel frattempo maggiorata del 30%. L'AMiu di Bari dà il suo assenso ma prima bisogna rivedere il nodo del personale: i lavoratori costano l'83% dell'introito tarsu, che ammonta a 23 milioni di euro e che finisce per intero nelle casse di Amica. Una spesa troppo alta. Bisogna che il costo della manodopera si abbassi almeno al 55% rivedendo i ruoli: 60 spazzini su 355 dipendenti tra Amica e Dauniambiente sono troppo pochi per offrire alla città anche il minimo indispensabile.

Mesi e mesi di trattative si inceppano quando i lavoratori, riuniti in un primo referendum, bocciano l'intesa che pur i sindacati, obtorto collo, avevano sottoscritto al tavolo della task force regionale. Salvo ritrovarsi, l'indomani, tutti licenziati per effetto della scadenza dell'esercizio provvisorio concesso dal Tribunale fallimentare e più volte prorogato. Si vocifera di un clima di intimidazione in azienda a che l'intesa fosse bocciata da parte di un gruppo di "irriducibili" che evidentemente riteneva che il Comune, prima o poi, una soluzione per loro l'avrebbe trovata. Ma il nuovo Prefetto, Luisa Latella, che segue passo passo la vertenza, ingaggia la linea dura: i licenziamenti restano. Ed informa il Ministero dell'Interno: l'esercito potrebbe rivelarsi l'unica soluzione. Ma l'amministrazione comunale lo ritiene uno sfregio all'immagine della città. Istituisce una unità di crisi e si affida ai comuni limitrofi, che si mostrano solidali e inviano uomini e mezzi per ripulire Foggia. Ma non basta, i sacchetti si accumulano.

Nel frattempo la gran parte dei lavoratori capisce che questa volta si fa sul serio, si smarca dagli irriducibili e chiede ed ottiene di poter rifare il referendum. Il risultato si ribalta: vince l'intesa con Amiu. A Bari nel giro di una settimana si firma l'accordo che durerà un anno. Demansionamento tecnico per tutti. Dalle scrivanie si torna a spazzare le strade con una busta paga più leggera. Chi ha sempre lavorato onestamente nell'azienda è colui che paga il prezzo più alto.

Intanto 12 lavoratori denunciano la task force per truffa ed estorsione e rischiano di restare a casa. Così come rischiano di restare a casa tutti coloro che non hanno una fedina penale specchiata. Un nodo non da poco, che rischia di scatenare altri problemi per l'amministrazione Mongelli, che replica alle accuse con una controdenuncia per calunnia.

In tutto questa la politica, colpevolmente, tace. Anche se è già al lavoro per la creazione del nuovo soggetto che dovrà definitivamente occuparsi del servizio rifiuti in città. Proprio su pressione di partiti e sindacati, il sindaco Mongelli potrebbe ritrovarsi a dover ricreare un'altra società pubblica, in house. Il consiglio comunale tutto ha dato esplicito mandato in tal senso al primo cittadino. Ma la politica ha già fallito una volta. E senza cambiamenti radicali del modo di gestire la cosa pubblica e dei soggetti che la fanno, la città rischia di trovarsi di fronte ad un'Amica "2", pari pari a quella già fallita. Una soluzione gattopardesca che però giova sempre, soprattutto in tempi di campagna elettorale.

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