Giovedì, 24 Giugno 2021
L'accusa della procura / Verbano-Cusio-Ossola

Incidente funivia Stresa-Mottarone: "Il freno d'emergenza disattivato più volte negli anni, tutti sapevano"

L'accusa: lo facevano per risparmiare tempo e soldi. Ogni dipendente addetto alla cabinovia era al corrente e lo ha fatto quando non era presente il caposquadra Gabriele Tadini. La procura: presto altri indagati

Il freno d'emergenza della funivia Stresa-Mottarone è stato disattivato con il forchettone più volte in questi anni. Ogni volta per risparmiare sulla manutenzione. Perché disattivare il freno era la soluzione più semplice e meno costosa per far funzionare la cabinovia. E non solo i tre indagati, ovvero Luigi Nerini, Enrico Perocchio e Gabriele Tardini, ma anche altri dipendenti delle Ferrovie Mottarone sapevano di questa abitudine. E hanno taciuto. Fino alla tragedia. 

Incidente funivia Stresa-Mottarone: "Il freno d'emergenza disattivato più volte negli anni, tutti sapevano"

È questa la tesi su cui indaga la procura di Verbania mentre ieri si è svolto il primo sopralluogo del consulente Giorgio Chiandussi del Politecnico di Torino, che invece ha il compito di dare una spiegazione all'altro mistero dell'incidente sulla funivia Stresa-Mottarone: perché la fune traente si è spezzata. In attesa di esaminare con attenzione la 'scatola nera' dell'impianto, sequestrata con tutto il resto, Chiandussi è salito nel luogo dell'incidente. Ha guardato da vicino la fune, "l'oggetto del nostro quesito", precisa il capitano Luca Geminale, comandante della Compagnia dei carabinieri di Stresa che coordina sul campo le attività investigative sull'incidente. E ha fatto scoprire una parte della cabina precipitata, "quella dell'attacco dei cavi". Tra le varie ipotesi c'è anche quella per cui il cavo si sia sfilacciato proprio a causa dei forchettoni inseriti per non far azionare il freno d'emergenza. 

Nel decreto di fermo nei confronti dei tre indagati la procura di Verbania definisce il concorso di più persone nel comportamento che ha causato - per lo meno in parte - l'incidente. Secondo quanto si legge nel decreto Gabriele Tadini, capo servizio della funivia "ha ammesso di avere deliberatamente e ripetutamente inserito i dispositivi blocca freni, disattivando il sistema frenante di emergenza. Una condotta "di cui erano stati ripetutamente informati" Enrico Perocchio e Luigi Nerini, direttore di esercizio e titolare della società di gestione dell'impianto, che "avvallavano tale scelta e non si attivavano per consentire i necessari interventi di manutenzione che avrebbero richiesto il fermo dell'impianto, con ripercussioni di carattere economico". Il tema della corresponsabilità sarà certamente uno dei temi degli interrogatori di garanzia davanti al Gip, in programma sabato mattina. Perocchio, tramite il suo legale, ha già fatto sapere di non aver ricevuto alcuna informazione al riguardo da parte di Tadini o di altri. 

Intanto però l'indagine potrebbe allargarsi ad altri indagati. "Un’intera squadra di operai ha fatto funzionare la funivia con questo bypass. Difficile dire al momento quanti siano e chi siano ma di certo non è un sistema che si può far funzionare con una persona sola", ha fatto sapere Geminale. Tadini era da due anni il coordinatore della funivia e aveva due addetti che lo sostituivano quando non era in turno. Questo significa che, se il freno d'emergenza è stato disattivato più volte negli anni per far funzionare la cabinovia, anche loro avrebbero sistemato i forchettoni per sabotare il freno d'emergenza.

"Il freno d'emergenza bloccato da un mese per soldi": la confessione del dipendente della funivia Stresa-Mottarone

Il forchettone sul freno d'emergenza piazzato anche da altri operai

Repubblica scrive oggi che nei giorni scorsi diverse persone sono state sentite come testimoni, inclusi i sei dipendenti della società di Nerini. A breve comincerà il lavoro di passaggio al setaccio della grande quantità di mail e messaggi sui telefonini e sui pc degli indagati. Oltre alle informazioni che arriveranno dalla “scatola nera” dell’impianto. Finora alle loro deposizioni non sono seguite iscrizioni nel registro degli indagati, ma non si può escludere che questo non avvenga in futuro. 

Il sistema del forchettone era usato dal 26 aprile, ovvero dalla data della rimessa in funzione della funivia dopo il decreto riaperture di Draghi. E da quel giorno erano nati i problemi: "Il 30 aprile un società incaricata da Leitner ha effettuato controlli ai freni vettura senza riscontrare problemi" e il 3 maggio ha comunicato l’esito. "Da quel giorno, non sono arrivate altre richieste di intervento e segnalazioni", fa sapere la ditta di Vipiteno, di cui è dipendente Perocchio, che ha revisionato l’impianto nel 2016 e ne cura la manutenzione. 

Perocchio, attraverso il suo legale, l'avvocato Andrea Da Prato, ha fatto sapere di non aver autorizzato l'utilizzo della cabinovia con i 'forchettoni'. Ma per gli inquirenti i fatti, così come ricostruiti, sono "di straordinaria gravità in ragione della deliberata volontà di eludere gli indispensabili sistemi di sicurezza dell'impianto di trasporto per ragione di carattere economico e in assoluto spregio delle più basilari regole (...) finalizzate alla tutela dell'incolumità e della vita" dei passeggeri. Il decreto adombra anche il pericolo di fuga dei tre fermati, "anche in considerazione dell'eccezionale clamore a livello anche internazionale per l'intrinseca drammaticità" dell'incidente. Drammaticità "che diverrà sicuramente ancora più accentuato - conclude la procura - al disvelarsi delle cause del disastro". 

Il mistero della "testa fusa" della fune traente

La Stampa invece racconta che il lavoro del perito si è concentrato sulla "testa fusa" della fune traente. Si tratta di un tratto di trenta-cinquanta centimetri più vicino al braccio che si aggancia alla fune portante sovrastando la cabina. È lì, secondo il quotidiano, che si è rotta la fune. 

Il cono della fune si ottiene fondendo i fili di metallo con una lega molto resistente: diventa un tutt’uno, inserito in un alloggiamento altrettanto forte dove si esercita la forza di traino. Che ceda il cono, secondo gli esperti, è praticamente impossibile, che abbia problemi il primo tratto di fune appena oltre il blocco prodotto con la fusione è più comprensibile perché è proprio quel pezzo che sfugge alle verifiche magnetoscopiche, e che per questo va rifatto ogni cinque anni.

Lì non si riesce a capire la salute dei trefoli perché è uno spazio stretto dove non entra il magnetoscopio. Ed è lì che il metallo avrebbe potuto iniziare a deteriorarsi. L’incidente, domenica alle 12,02, è avvenuto quando la cabina era ormai in stazione, aveva già rallentato e si era portata in posizione orizzontale. 

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