Venerdì, 17 Settembre 2021
Cronaca

L'integrazione è "Fuori campo", storie di rom nell'Italia di oggi

Luigi, Kjanija, Leonardo e Sead sono solo alcuni dei tanti che ce l'hanno fatta: hanno una casa, un lavoro e una famiglia. Raccontando le loro vite il documentario, prodotto da Figli del Bronx con le associazioni OsservAzione e Compare, vuole scardinare i pregiudizi radicati nell'opinione pubblica e nelle amministrazioni e, anche, spronare i rom a credere nelle proprie forze

Kjanija Asan, una delle protagoniste del documentario

La maggior parte dei rom prima di arrivare in Italia viveva nelle case ed aveva un lavoro; dopo ha continuato ad avere una vita "normale" e ad affrontare i problemi che tutti gli italiani incontrano quotidianamente. Nonostante questo, nel Belpaese la parola rom è quasi sempre associata a una condizione di precarietà e “al campo nomadi”. Le stime parlano di meno di 200mila rom residenti in Italia. Di questi circa 40mila vivrebbero in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, “centri d'accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati. Una minoranza quindi. Nessuno, o pochi, parlano e raccontano la maggioranza di rom che vivono qui e la conseguenza di tutto questo è una disinformazione totale.  Il documentario “Fuori Campo” vuole colmare questa lacuna raccontando alcune storie di rom che sono riusciti ad integrarsi nell'Italia di oggi.

"Pure per me l'incontro con i rom é stata una scoperta - racconta il regista di Fuori campo, Sergio Panariello - Prima di cominciare questo documentario pensando ai rom avevo in mente la visione del campo e li associavo all'idea del nomadismo. Poi le persone mi hanno aperto le loro case e la mia conoscenza si è ampliata. Ho voluto mostrare la realtà senza cercare l'empatia forzata, cercando di essere più neutrale possibile, con l'obiettivo di cambiare la visione che gli italiani hanno di questa comunità".  

Scardinare i pregiudizi radicati nell'opinione pubblica e nelle amministrazioni e, anche, spronare i rom a credere nelle proprie forze e nella possibilità di un cambiamento. Più in generale rovesciare il registro del dibattito attuale è lo scopo finale del lavoro. La richiesta viene da più voci, dai rom protagonisti del documentario, dalle associazioni che hanno voluto realizzarlo (Compare e OsservAzione) e da chi lo ha finanziato (Open society Foundation).

"Le politiche messe in campo in Italia non sono di aiuto ma di esclusione", afferma Francesca Saudino dell’associazione OsservAzione. Il documentario nasce da un'esigenza liberatoria per raccontare i rom fuori dallo stereotipo. Abbiamo scelto di usare lo strumento del video perchè è immediato e arriva a un pubblico più ampio", conclude. 

"Open society foundation ha finanziato il progetto perchè - spiega Miryam Anati- da anni ci occupiamo di diritti umani, soprattutto di rom. In Europa dell'Est i campi non esistono. In Italia invece i campi sono finanziati con i soldi pubblici. Di questa cosa non ne parla ma i campi sono un errore concettuale perché solo una parte dei rom sono nomadi. Ultimamente, dopo lo scandalo di mafia capitale se ne è cominciato a parlare. Grazie anche ad associazioni come 21 luglio o a ricerche come 'Segregare costa' inizia a passare il messaggio che i campi segregano. L'augurio è che questo film riesca a smuovere ancor di più le cose".

Il documentario. Il regista intraprende un viaggio da Cosenza a Bolzano, passando per Firenze e Rovigo, per raccontare le storie di  Luigi Bevilacqua, Kjanija Asan, Leonardo Landi e Sead Dobreva.

La storia di Sead. E' andato via dall'ex Jugoslavia per fuggire dalla guerra. E' arrivato in Italia, a Napoli da rifugiato politico. Viveva a Scampia in una baracca che poi ha lasciato per trasferirsi a Rovigo. Qui è riuscito a trovare un lavoro, farsi una famiglia e comprare una casa. Oggi lavora in fabbrica ed é anche rappresentante sindacale. Ha quattro figli. "Quello che mi fa più rabbia è che le amministrazioni spendono milioni di euro per attuare una politica sbagliata. Sarebbe meglio dare una casa in affitto a tempo, per due anni, poi bisogna arrangiarsi, trovare un lavoro e una casa". Ha prestato la propria immagine per far conoscere persone che vivono una vita normale e far vedere che ci sono rom capaci di lavorare e avere una vita sociale come tutti. "Da un lato vogliamo mostrare ai rom che esiste un’alternativa ai campi e dall’altro dire alle amministrazioni che l’inclusione non si fa spendendo soldi per costruire “villaggi attrezzati” e abbandonando lì le persone, ma offrendo percorsi lavorativi".

Napoli Today intervista Sead

Luigi Bevilacqua. E' nato in Italia. "Ho deciso di prendere parte a questo progetto – spiega - perché volevo che uscisse fuori la realtà dei rom di Cosenza, di cui non si parla mai. Mi interessava denunciare l’esistenza dei campi, che siano fatti da case in muratura o da baracche: restano sempre un modo per ghettizzare i rom e isolarli". A Cosenza, infatti, l'amministrazione ha deciso di costruire delle case popolari per i rom ma il risultato è stato pessimo. "Dalle baracche nel dicembre 2001 i rom si sono spostati nelle case, ma abitate solo da rom. Le abitazioni sono oggettivamente migliori ma le problematiche sono identiche: si trovano in periferia, lontano da tutto. Chi vuole cambiare vita è costretto a cambiare casa", racconta. Solo così si riesce a non rimanere schiacciati dalla ghettizzazione. "In un Paese è giusto che ci siano i doveri ma dovrebbero essere anche i diritti che invece non ci sono. Il segreto per riuscire é essere più democratico di loro, non è che ci voglia molto", conclude Luigi.

Il campo non é la soluzione. E' uno spreco, un buco nero, che succhia soldi che invece di andare ai rom vanno alle associazioni. Il risultato è la ghettizzazione. E' questo il messaggio che viene fuori guardando il documentario e sentendo i racconti dei suoi protagonisti. Il documentario però ha anche un altro merito: attraverso le storie che racconta mostra anche un altra faccia del nostro Paese, ci fa vedere come le cose funzionino diversamente al Nord e al Sud. A Bolzano e Rovigo abbiamo uno stato sociale che funziona meglio. E anche più facile trovare un impiego regolare e retribuito. Sead é dovuto andare via da Napoli per trovare un lavoro, comprare una casa e trovare il suo posto nella società anche se nel film si percepisce che il suo cuore è rimasto lì: "A Napoli la nebbia non c'é; c'é il sole e la gente è più socievole, ti parla, ti sorride", racconta Sead al figlio. Quella terra però, suo malgrado, ha dovuto abbandonarla.

Il documentario, prodotto da Figli del Bronx, è dedicato a Piero Colaticci, fondatore di Osservazione, un attivista venuto a mancare ad agosto che già nel '99 aveva capito che i campi rom non avrebbero portato all'integrazione delle comunità rom nella nostra società. Da stasera sarà possibile vedere il film al Cineclub in via Urbana 107, a Roma. Prossime date nella Capitale il 5 e il 10 febbraio. Previste altre date in altre città d'Italia.

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