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Domenica, 5 Febbraio 2023

Rigopiano, il cuoco superstite: "Sono in debito con le vittime"

Al Corriere della Sera il drammatico racconto di Giampiero Parete, lo chef sopravvissuto alla slavina che il mese scorso ha travolto il resort abruzzese di Farindola, uccidendo 29 persone. "Non riesco a dormire, rivedo tutto come un film"

"Non riesco a dormire e mi rivedo quel che abbiamo vissuto, come fosse un film". Giampiero Parete, lo chef miracolosamente sopravvissuto alla slavina che ha travolto l'hotel Rigopiano, racconta la sua vita a un mese da quella tragedia al Corriere della Sera. "Di quella notte ricordo solo il silenzio, in auto con Fabio Salzetta (l'altro sopravvissuto, ndr). Vorrei essere utile alle famiglie che soffrono, ma non so come fare - aggiunge - E' come se avessi un debito nei confronti delle vittime: andrò sulle loro tombe, ma non ora". Tra i sopravvissuti ci sono anche la moglie e i due figli di Parete, salvati dai soccorritori diverse ore dopo la slavina. Lui e i bambini stanno lentamente tornando alla normalità, mentre la signora Adriana, infermiera, ancora non è riuscita a riprendere i turni in clinica. 

Parete ricorda gli attimi tremendi dopo la slavina, il ricovero in ospedale, fino alla notizia che Adriana e i bambini erano stati salvati da quell'inferno di ghiaccio e neve. "Dicono che mi avevano sedato per farmi stare tranquillo - racconta  - ma io sentivo ogni cosa, anche con gli occhi chiusi. Mi chiedevo cosa avrei fatto dopo, ero solo al mondo. Mi sentivo congelato. Ma non per la neve. Avevo il gelo dentro. Quella notte, la mattina seguente. Fino a quando una psicologa mi disse di tirarmi su dal letto, di mettermi a sedere, che c' era una bella notizia".

E' passato un mese da quel maledetto 18 gennaio e il dolore è ancora forte. "Scriva che siamo vicini agli altri, che siamo con loro", dice Parete al giornalista che lo intervista, dopo aver ricordato di non essere riuscito a partecipare alle esequie delle vittime. "Penso alle persone che ho conosciuto in quei due giorni e adesso non ci sono più. All'estetista, al maître che era così gentile, al cameriere che ci aveva portato in stanza la cena per i bambini. Mi vengono in mente i loro volti, le parole che ci siamo scambiati. Non ce l'ho fatta a partecipare al loro funerale, ma un giorno, quando sarò pronto, vorrei andare con mia moglie sulle loro tombe. Devo farlo. È come se avessi un debito".

Fonte: Corriere della Sera →
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