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Domenica, 28 Novembre 2021
VIOLENZA SULLE DONNE

La giornata delle donne: "Basta violenze, è il momento di una rivoluzione"

Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne Titti Carrano, presidentessa della Dire, spiega come sconfiggere questo fenomeno: "E' una realtà, non un'emergenza. Serve una rivoluzione culturale"

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Da oltre vent'anni i centri antiviolenza combattono questo fenomeno nel nostro Paese. La  D.i.R.e. è la rete che li riunisce dal 2008. Tali realtà che si occupano in prima persona del fenomeno, radicandosi nei territori in cui si trovano. I centri sono gestiti da associazioni e gestiscono il fenomeno con un'ottica di genere. Ma che tipo di dimensione in Italia?  "E' grave ma non è un'emergenza - ci dice Titti Carrano, presidentessa della Dire - La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale della nostra società. Ultimamente se ne parla di più e questo è un bene perché con una maggiore informazione c'è più possibilità di avvicinarsi ai nostri centri e denunciare il fenomeno. Nel 2012 oltre 15 mila donne si sono rivolte a noi. Ma ciò non significa che la violenza di genere sia in aumento, lo è solo la sua ammissione. La nostra più grande difficoltà è sempre stata quella di raggiungere quelle donne che sono vittime e spesso sono isolate".

E' difficile valutare statisticamente la violenza di genere proprio per questo isolmento: "I dati che abbiamo sono parziali perché esiste tutto un grande sommerso che non si può ancora quantificare". Nel 2006 ci fu l'ultima indagine Istat, frutto di una convenzione tra l'istituto di ricerca e il Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità, finanziata con i fondi del Programma Operativo Nazionale "Sicurezza" e "Azioni di sistema" del Fondo Sociale Europeo. Nell'indagine vengono valutati tre tipi di violenza: fisica, sessuale e psicologica. Ma, ci spiega Carrano, è necessaria una raccolta integrata di tutti i dati: "Faccio un esempio: nel 2001 è stata approvata la legge organica di protezione ma all'oggi non sappiamo che tipo di efficacia abbia avuto. Inoltre bisognerebbe incrociare i dati giuridici con quelli clinici, degli ospedali o degli sportelli di consulenza psicologica. Il viceministro Guerra ha detto che questo tipo di lavoro è stato avviato. Adesso stiamo ancora aspettando i risultati".

Intanto il 10 ottobre scorso è stato approvato il decreto legge con "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere", quella che è stata definita la legge sul femminicidio: "Non ci è piaciuto. Prima di tutto proprio per la sua forma: un decreto legge dovrebbe andare a risolvere un'emergenza. Non è il caso della violenza sulle donne - continua Carrano -  Per risolvere un fenomeno strutturale servirebbe una legge eterogenea, organica, che affronti il problema in tutti i suoi aspetti. Non è stata un passo avanti perché non è andata a colpire quell'impianto culturale che ne è la causa della violenza di genere".

Questo fenomeno ha infatti varie forme: "C'è la violenza fisica, quella psicologica, quella sessuale, quella economica. Sono tutte forme di prevaricazione del genere maschile su quello femminile. E non si risolve il tutto con un aumento della pena".

Prima del decreto il Parlamento ha rettificato la convenzione di Istanbul. Si tratta di un provvedimento giuridico vincolante per 'prevenire e contrastare la violenza intrafamiliare e altre specifiche forme di violenza contro le donne' e per 'proteggere e fornire sostegno alle vittime di questa violenza nonché di perseguire gli autori'.  "Anche se ha avuto un valore simbolico - ci spiega la presidentessa della D.i.R.e. - rispetto al decreto sul femminicidio è stata molto più utile per combattere il fenomeno. Qui lo si intende in maniera globale, in tutte le sue sfumature. Bisogna lavorare su sensibilizzazione e informazione perché c'è una storica disparità tra i generi, radicata e spesso la violenza non è percepita come tale o come un crimine".

L'impegno per combattere il fenomeno non può ridursi a provvedimenti legislativi: "Bisogna abbandonare questo tipo di approccio culturale e parlare di una nuova relazione tra i generi. Per questo è importante lavorare con chi è giovane, andare nelle scuole. Per vincere contro la violenza sulle donne è necessaria una vera e propria Rivoluzione Culturale. Ci vuole anche un impegno e un investimento da parte dello Stato. La stessa convenzione di Istanbul sottolinea come sia pubblica la responsabilità di combattere questo fenomeno, che va contro i diritti fondamentali".

Sarebbe una rivoluzione con i suoi presupposti già pronti: "C'è già una base culturale su cui lavorare: sono proprio i centri antiviolenza i luoghi dove si elabora questa rivoluzione, con oltre vent'anni di lavoro e di riflessione. Sono queste realtà che danno vita alla prevenzione e quindi vanno rafforzati. Ancora non c'è omogeneità territoriale. Non tutte le zone del nostro Paese hanno centri antiviolenza sul territorio. Dei 65 che fanno parte della rete, non tutti hanno una casa rifiugio dove accogliere le vittime e le loro famiglie. Bisogna potenziarli e sostenerli, anche perché siamo sotto gli standard internazionali ed europei. La base culturale per iniziare questa rivoluzione è pronta, c'è il sapere acquisito, dobbiamo soltanto avere i mezzi per andare avanti".

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