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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Cronaca Napoli

Nel giorno del ricordo di Claudio Taglialatela lo Stato continua a dimenticare le vittime di camorra

Su ogni vittima innocente di camorra pesa la responsabilità di uno Stato che non ha saputo essere difensore in vita… così come non ha saputo fare giustizia dopo la morte

Nella giornata di oggi l’associazione Libera Campania ha ricordato Claudio Taglialatela, studente universitario di Portici che fu ucciso il 9 dicembre 2003 a Napoli, in via Seggio del Popolo, nei pressi della centralissima via Duomo. Il giovane stava aspettando in macchina un amico. Quest’ultimo riferì che Claudio Taglialatela lo aveva chiamato dicendogli di scendere in fretta, perché c’erano delle brutte facce proprio lì intorno. Quando l’amico scese in strada non vide l’auto e notò una certa confusione in fondo alla strada, su corso Umberto. La macchina di Claudio era finita contro un semaforo e lui era riverso sul sedile anteriore. Quando gli prestarono soccorso pensarono a un incidente, poi ci si accorse invece che un proiettile gli aveva perforato il torace. Ucciso per essersi opposto a un tentativo di rapina.

“A Claudio il nostro impegno perché la sua Memoria resti sempre viva, alla mamma Maria e al fratello il nostro abbraccio di vicinanza. E un pensiero speciale al papà, il nostro amico fraterno Giuseppe, che a febbraio di quest‘ anno ha potuto riabbracciare l’adorato figlio”, è quanto scrive Libera sulla propria pagina social.

Eppure lo Stato continua a dimenticare le vittime di camorra

Appare anche superfluo sottolineare per l’ennesima volta le goffe mancanze dello Stato italiano per quanto riguarda la tutela delle vittime di camorra. La nostra terra continua a essere imprigionata nella gabbia delle eccessive e ridicole severità delle leggi 302 del 1990 e la 512 del 1999. Leggi che fanno della tremenda lentezza una delle principali peculiarità. La prima, nello specifico, prevede la richiesta entro due anni dai fatti, la seconda – invece – necessita di 90 giorni dalla sentenza definitiva. Ovviamente, neanche a dirlo, il ministero applica in maniera rigida la prima per i fatti precedenti al 1999, anche se la verità è emersa anni dopo.

L’ostacolo del grado di parentela delle vittime

Altra problematica quasi insormontabile è quella concernente la parentela o affinità fino al quarto grado con persone coinvolte in fatti di mafia, così come la non totale estraneità ad ambienti e rapporti delinquenziali. Anche in questo caso il problema più evidente è la totale mancanza di elasticità da parte del ministero. Una strada lastricata di errori che non vede la fine neanche dopo la circolare del 2016. Quest’ultima, infatti, spiegava abbondantemente che l’applicazione avveniva “nel caso in cui risulti la contiguità o l’appartenenza delle vittime alla criminalità organizzata”.

Una applicazione intorpidita di leggi vetuste che impedisce alle persone di allontanarsi dal Sistema

Appare più che mai evidente che la vicinanza parentale delle vittime di mafia non è un problema che “legalmente” si presenta soltanto nel momento in cui avviene una disgrazia. Le persone sono rassegnate e consapevoli del fatto che allontanarsi dal Sistema (anche ripudiando legami di sangue) è una scelta del tutto personale, che non troverà mai il sostegno reale da parte dello Stato. Smettiamola di riempirci la bocca parlando di una vicinanza che, chiaramente, non trova mai la connessione con i fatti. È proprio su questo che i camorristi fondano tutte le loro sicurezze: le mancanze da parte dello Stato.

Uno Stato che continua ad affogare in un mare di burocrazia. Un pantano così vischioso da rendere invisibile anche la certezza più palese: su ogni vittima innocente di camorra pesa la responsabilità di uno Stato che non ha saputo essere difensore in vita… così come non ha saputo fare giustizia dopo la morte.

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