Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

Giovanni Brusca resta in carcere: no agli arresti domiciliari

La Cassazione si era riunita per decidere se l'ex boss mafioso, che a Capaci azionò la leva per far esplodere la bomba che uccise Giovanni Falcone, potesse finire di scontare la pena agli arresti domiciliari. Grasso: "Brusca non è come Riina, ha collaborato"

Niente domiciliari. Il pentito Giovanni Brusca resta in carcere e non andrà ai domiciliari come chiesto dai suoi legali. Il ricorso è stato rigettato in esito alla udienza camerale di oggi. E' stato proposto dal difensore avverso ordinanza del 12 marzo 2019 del Tribunale di sorveglianza di Roma di rigetto della richiesta di detenzione domiciliare ai sensi dell'art. 16-nonies d.l. n. 8/91, e successive modifiche. La prima sezione penale della Corte di Cassazione si era riunita ieri in camera di Consiglio per decidere se l'ex boss mafioso, che tra l'altro a Capaci azionò la leva per far esplodere la bomba che uccise Giovanni Falcone, potesse finire di scontare la pena agli arresti domiciliari sulla base di un parere favorevole dato dalla Procura nazionale anti-mafia. Brusca, che ordinò anche di sequestrare e poi uccidere e sciogliere nell’acido il figlio del pentito Santo Di Matteo, ha già scontato 23 anni di carcere.

"Attendiamo di leggere le motivazioni del rigetto. Avevamo un parere chiaro e limpido della procura nazionale antimafia e c'è un ravvedimento che è stato certificato dall'autorità competente". Lo dice all'Adnkronos Antonella Cassandro, avvocato difensore di Brusca. "Vediamo per quale motivo è stato rigettato il ricorso e faremo le nostre valutazioni", aggiunge.

Grasso: "Brusca non è come Riina, ha collaborato"

 "Sì, è vero, anch' io posso ritenermi una vittima di Giovanni Brusca, perché ha progettato un attentato contro di me e voleva rapire mio figlio; ma pure perché tra le centinaia di persone che ha ucciso o di cui ha ordinato la morte c' erano alcuni miei amici. Ma è pure vero che queste cose le sappiamo grazie a lui, alla sua collaborazione e confessione. Le ha dette anche a me, durante decine di interrogatori".

Lo spiega in un'intervista al Corriere della Sera, Pietro Grasso, che è stato il giudice a latere del maxi-processo alla mafia, poi procuratore di Palermo e procuratore nazionale antimafia, prima di entrare in politica e diventare presidente del Senato nella precedente legislatura.

"Quando ho avuto a che fare con lui avevo l' obiettivo di cercare la verità - spiega Grasso - Non mi sono preoccupato di ottenerne le scuse o richieste di perdono, la legge per "ravvedimento" intende altro. Lui ha deciso di collaborare con la giustizia, rompendo ogni legame con Cosa nostra, rendendo dichiarazioni che hanno trovato riscontri e conferme. Il "pentimento sociale" richiesto dai giudici di sorveglianza secondo me è rappresentato anche dalla collaborazione che non s' è interrotta in oltre vent' anni, perché ha aiutato a scoprire la verità su ciò che era avvenuto e impedito ulteriori crimini".

"Per me è stato giusto che Riina e Provenzano siano rimasti in carcere fino alla loro morte, ma uno come Brusca non si può valutare alla stessa maniera. Ha scontato oltre 23 anni in carcere, e tra due anni la pena sarà esaurita, gode già di permessi che per certi versi gli concedono più spazi di libertà rispetto alla detenzione domiciliare: è la dimostrazione che collaborare paga. I magistrati hanno avuto tutti gli elementi per decidere, e io rispetto qualsiasi decisione" aggiunge Grasso.

Maria Falcone: "Brusca non merita ulteriori benefici"

''Con la sua decisione la Cassazione ha dato una risposta alla richiesta di giustizia dei tanti cittadini che continuano a vedere nella mafia uno dei peggiori nemici del nostro Paese''. Così Maria Falcone, sorella del giudice morto nella strage di Capaci. Brusca innescò l'esplosione che uccise Giovanni Falcone e la scorta. ''Se si accetta che per un fine superiore vengano concessi benefici ai criminali che collaborano con lo Stato, resta però inaccettabile la concessione di sconti ulteriori a chi si è macchiato di delitti tanto efferati'', conclude.

"Fermo restando l'assoluto rispetto per le decisioni che prenderà la Cassazione - sottolineava nella giornata di ieri Falcone prima del no della Cassazione - voglio ricordare che i magistrati si sono già espressi negativamente due volte sulla richiesta di domiciliari presentata dai legali di Giovanni Brusca. Il tribunale di sorveglianza di Roma, solo ad aprile scorso, negandogli la scarcerazione, ha avanzato pesantissimi dubbi sul suo reale ravvedimento. Mi limito a citare la motivazione del provvedimento in cui il tribunale, testualmente, ha scritto che non si ravvisava in Brusca 'un mutamento profondo e sensibile della personalità tale da indurre un diverso modo di sentire e agire in armonia con i principi accolti dal consorzio civile'".

"Ricordo ancora – aggiunge Maria Falcone - che Brusca, proprio grazie alla collaborazione con la giustizia, ha potuto beneficiare di premialità importanti: oltre a evitare l'ergastolo per le decine di omicidi che ha commesso, tra questi cito solo quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell'acido a 15 anni, ha usufruito di 80 permessi. Il suo passato criminale, l'efferatezza e la spietatezza delle sue condotte e il controverso percorso nel collaborare con la giustizia che ha avuto luci e ombre, come è stato sottolineato nel tempo da più autorità giudiziarie, - conclude - lo rendono un personaggio ancora ambiguo e non  meritevole di ulteriori benefici".

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