Mercoledì, 16 Giugno 2021
L'uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci

Giovanni Brusca è stato scarcerato: perché è libero il boss della strage di Capaci

'U verru, l'uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci, da ieri è tornato in libertà dopo un quarto di secolo di galera. Ha ricevuto l'applicazione dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia "affidabili".

Giovanni Brusca è libero. Il boss mafioso e fedelissimo di Totò Riina ha lasciato il carcere dopo aver scontato la pena di 25 anni con 45 giorni di anticipo rispetto alla scadenza della condanna. Sarà sottoposto a controlli e protezione ed a quattro anni di libertà vigilata, come deciso dalla Corte d'Appello di Milano. 

Perché Giovanni Brusca è libero

L'ex killer di Cosa nostra che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando per la strage di Capaci, detto 'u verru (il porco), è stato scarcerato per effetto della della legge del 13 febbraio del 2001 grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge. Brusca è accusato anche della brutale uccisione di Giuseppe Di Matteo, il figlio undicenne del pentito Santino: il piccolo è stato strangolato e sciolto nell'acido perche' il papà collaborava con la giustizia. Nel frattempo ha usufruito di 80 permessi-premio. 

Brusca, 64 anni, due anni fa aveva chiesto la scarcerazione ma la Cassazione disse di no. Era il 19 ottobre del 2019, quando i giudici con l'ermellino bocciarono la richiesta dei legali del killer di Giovanni Falcone e del mandante dell'omicidio del piccolo Giuseppe che voleva usufruire degli arresti domiciliari. La Cassazione aveva respinto l'istanza dei legali per ottenere gli arresti domiciliari. La procura generale della Corte di Cassazione aveva chiesto, con una requisitoria scritta, ai giudici della prima sezione penale di rigettare il ricorso dell'ex boss di Cosa Nostra contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Roma. I legali di Brusca, infatti, avevano chiamato in causa la Cassazione, perché decidesse in merito alla sentenza del tribunale che, nel marzo 2019, aveva respinto l'istanza del mafioso per la detenzione domiciliare.

Perché Giovanni Brusca è stato scarcerato? L'agenzia di stampa Ansa scrive che nel suo caso sono stati semplicemente applicati i benefici previsti per i collaboratori "affidabili". Se ne era già tenuto conto nel calcolo delle condanne che complessivamente arrivano a 26 anni. Siccome il boss di San Giuseppe Jato era stato arrestato nel 1996 nel suo covo in provincia di Agrigento, sarebbe stato scarcerato nel 2022. Ma la pena si è ancora accorciata per la "buona condotta" dopo che a Brusca erano stati concessi alcuni giorni premio di libertà. Gli ultimi calcoli prevedevano la scarcerazione a ottobre. È arrivata anche prima. Brusca è libero per la legge sui collaboratori di giustizia (decreto-legge 15 gennaio 1991, convertito in legge 82/1991), che consente lo sconto di pena a quei mafiosi che, nel corso del tempo, decidono di fornire informazioni alla magistratura. Venne promulgata proprio su spinta dei magistrati Antonino Scopellitti e Giovanni Falcone.

L'ex magistrato Pietro Grasso oggi ha spiegato: "Con Brusca, lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perchè era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai”. Ecco, qui non c'entra nulla la riprovazione morale. C'entra solamente una cosa: la legge. Una legge che, negli anni, non è mai stata modificata (se non nel 2001), sebbene ora tutti si indignino. Una legge che riconosce l'importanza dei collaboratori di giustizia nel combattere la mafia. Ed è la legge e il suo rispetto a distinguerci da chi odia la legalità. È la legge a distinguere uno Stato di diritto da uno fondato sull'istinto".

Giovanni Brusca libero: la casa a San Giuseppe Jato e l'arresto con la moglie

Brusca, figlio del capomafia Bernardo, esponente della Cupola e morto in carcere, ha parlato delle proprie responsabilità in ordine al suo ruolo nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci del 23 maggio 1992, ma anche in diversi delitti e omicidi efferati che non hanno risparmiato donne e bambini. "La mia non è una scelta facile - aveva detto parlando della sua decisione - pesa la storia della mia famiglia, il dover accusare altri".

Arrestato insieme al fratello Enzo Salvatore a Cannatello la sera del 20 maggio 1996, località di mare a due passi da Agrigento, fu catturato grazie al famoso escamotage della moto smarmittata: dato che il Verru aveva uno dei rari telefonini Gps (rari per l'epoca), erano riusciti a intercettarlo ma non erano sicuri su dove si trovasse. Il rumore della moto diede la certezza al gruppo guidato, fra gli altri, dall'attuale questore Luigi Savina, all'epoca capo della Squadra mobile di Palermo. I due fratelli pluri-assassini e quella stessa sera, nel ritorno a Palermo, ci fu un'altra scena famosa, quella dell'esultanza degli uomini della Mobile. Poco meno di un anno dopo la cattura di un altro pezzo da novanta come Leoluca Bagarella, feroce alleato di Brusca, nel segno dell'impero corleonese di Toto' Riina, preso tre anni e mezzo prima, il 15 gennaio 1993.

Il fratello del boss di San Giuseppe Jato (Palermo) fu il primo a pentirsi, Giovanni gli andò appresso dopo qualche tempo. I magistrati non gli credettero mai fino in fondo e la sua collaborazione fu costellata di punti oscuri: dalla specie di trattativa con l'allora capo della Direzione nazionale antimafia Piero Luigi Vigna al rimpallo di racconti ambigui condivisi con il suo ex avvocato, Vito Ganci, che mise le mani avanti e si presentò per mettere in guardia dai possibili inquinamenti del boss, "pentito 24 carati", definizione ironica in una scritta sui muri di San Giuseppe Jato, nei giorni di agosto del 1996 in cui Brusca aveva cominciato a parlare.

'U Verru, da stragista a pentito

In tempi reltivamente recenti la Dda di Palermo gli sequestrò 200 mila euro, poi restituiti, ritenendo che avesse dei beni nascosti e mai rivelati, ha deposto nella Trattativa Stato-mafia, parlando del "papello" di Totò Riina, indicando come "terminale" delle richieste che il superboss avrebbe cercato di imporre allo Stato l'ex ministro dell'Interno ed ex presidente del Senato, Nicola Mancino. Unico imputato assolto nel processo sulla Trattativa, mai accusato tra l'altro di mafia o di concorso esterno ma solo di falsa testimonianza.

Brusca ha testimoniato dappertutto, poi, dal processo Andreotti a Dell'Utri, da Mannino alla Trattativa Stato-mafia. Pesa su di lui quella condanna a 30 anni, mai ridotta, per il sequestro e l'omicidio del piccolo Di Matteo. Pm di quel processo era stato uno dei magistrati che a Palermo avevano coordinato le indagini dirette alla sua cattura, Alfonso Sabella, uno di coloro che poi raccolsero le sue confessioni. Deposero al processo Andreotti, i fratelli Brusca, accusarono il sette volte presidente del Consiglio di collusioni con i boss, ma negarono di conoscere la storia del bacio con Totò Riina, vicenda raccontata dal suo acerrimo nemico, Balduccio Di Maggio, che Brusca avrebbe voluto uccidere e che a sua volta tornò in armi a San Giuseppe Jato per sterminare gli uomini del Verru.

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