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Giovedì, 30 Maggio 2024
Il processo

Parla il papà di Giulio Regeni: "Mio figlio mai al soldo delle autorità"

Nuova udienza del processo per la morte del ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Sentita anche un'amica: "Mi parlò di repressione politica"

Giulio "non è mai stato alle dipendenze di autorità italiane, inglesi ed egiziane. Né ci ha mai collaborato". A parlare è Claudio Regeni, padre di Giulio il ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016. L'uomo è stato sentito dai giudici di Roma nel corso del processo per la morte del figlio.

Gli imputati sono quattro 007 egiziani: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato. A Magdi Ibrahim Abdelal Sharif i pm contestano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato. Secondo l'accusa "il quadro complessivo che è emerso è quello di una ragnatela che piano piano, tra il settembre del 2015 e il 25 gennaio del 2016, si è stretta attorno a Regeni da parte degli imputati" che "si sono erroneamente conviti che Regeni fosse una spia inglese".

Processo Regeni - foto LaPresse 2

Il papà di Giulio Regeni: "In banca aveva meno di 10.000 euro"

Il padre ha tratteggiato un ritratto di Giulio Regeni: "Voleva rendersi indipendente e trovare un lavoro per valorizzare le sue capacità. Amava lo studio, cercava di coinvolgere tutti, era sempre rispettoso nei confronti degli altri". Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, ha ripercorso l'infanzia di Giulio a Fiumicello, in provincia di Udine, i viaggi con la famiglia "abbiamo sempre viaggiato - ha ricordato Claudio Regeni mentre sono state mostrate in aula alcune foto di Giulio con la sua famiglia e i suoi amici - era una nostra passione, volevamo conoscere altre culture, lingue, usanze e così sono cresciuti i nostri figli". Poi gli studi prima in Italia e poi all'estero: "Giulio era molto appassionato di materie umanistiche, soprattutto storia. Parlava bene l'inglese, l'arabo, lo spagnolo e il tedesco e stava studiando anche il francese. Ha lasciato Fiumicello per gli Stati Uniti a 17 anni. Amava studiare".

Il padre ha allontanato ancora una volta le voci che vogliono il figlio "infiltrato" in Egitto per conto di autorità inglesi o italiane. Ha spiegato che dopo la morte sono stati chiusi i suoi conti: uno "in Italia del quale ero cointestatario aperto quando era nel New Mexico. Al saldo c'erano 1.481 euro. Poi aveva un conto corrente presso una banca inglese per le spese in Inghilterra. Su questo c'erano versamenti di Oxford Analytica dove aveva lavorato, qualche piccolo rimborso dall'università di Cambridge per il dottorato. Il saldo era di circa 6000 sterline (ottomila euro, ndr)".  "Aveva poi - ha proseguito - una carta di credito che funzionava anche da bancomat e che lui utilizzava per il normale mantenimento e le spese comuni. Giulio era molto attento a spendere non più del necessario: non era interessato a vestirsi in maniera sfarzosa. Vestiva in maniera casual". L'obiettivo di Giulio era quello di "mettere su famiglia con la compagna e rendersi indipendente". 

"Giulio mi disse che in Egitto c'era repressione politica"

Sentita in aula come testimone nel processo anche un'amica di Giulio Regeni: ''A Natale 2015 ci siamo visti, mi ha raccontato della sua ricerca al Cairo, che stava passando molto tempo con i venditori ambulanti, che teneva un profilo molto basso, che era molto stancante. Mi ha raccontato poi via chat nel gennaio 2016 che in Egitto c'era molta repressione politica. Mi diceva che bisognava stare attenti, che teneva un profilo molto basso".Processo Regeni. genitori di Giulio Regeni con Elly Schlein LaPresse2

All'esterno del tribunale, in concomitanza dell'udienza, un sit-in per chiedere giustizia. Presente anche il segretario del Pd, Elly Schlein: "Ancora una volta siamo qui al fianco alla famiglia Regeni. Questo è un processo importantissimo ed è una questione che riguarda la Repubblica e non una singola famiglia. Non dobbiamo dimenticare che questo processo ha incontrato enormi ostacoli anche per i rapporti con l'Egitto".

"Non rinunciamo alla ricerca della verità" sull'omicidio di Giulio Regeni, ha ribadito anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani intervistato da Sky Tg24. "In ogni incontro con al-Sisi, sia del presidente del Consiglio, sia mia, abbiamo sempre insistito su questo argomento -  ha spiegato Tajani -. Lo facciamo sempre con grande discrezione. Dal governo egiziano attendiamo risposte concrete" perché "dopo aver risolto la questione di Zaki, speriamo di risolvere quella di Regeni". L'approccio utilizzato dal governo italiano, ha spiegato il vice premier, è quello della "moral suasion", ovvero del "lavoro diplomatico e di persuasione" perché "non possiamo dare ordini a nessuno". 

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