Migranti, perché la Guardia costiera libica non sempre risponde alle chiamate di soccorso?

Da Tripoli rivendicano di aver "ridotto del 90 per cento le partenze dei migranti nel Mediterraneo". Ma Alarm Phone lancia nuovi interrogativi: "Dove sono quelle 50 persone partite dalla Libia lunedì sera? Nessuno risponde alle chiamate di soccorso"

Un migrante a bordo dell'Aquarius, in un'immagine tratta dal profilo Twitter di MSF Italia, 16 giugno 2018. 'A bordo di Aquarius - scrive 'Medici Senza Frontiere' - i nostri team continuano a prestare cure mediche e ascoltare le storie di tante persone che hanno subito violenze in Libia

"Dove sono quelle 50 persone partite dalla Libia?": se lo domandano da Alarm Phone, progetto indipendente istituito nell’ottobre del 2014 da reti di attivisti e rappresentanti della società civile in Europa e NordAfrica. Lunedì 1 aprile 2019 alle ore 22 circa 50 uomini, donne e bambini su una barca vicino alla Libia hanno chiamato l’Alarm Phone. "Ci hanno mandato la posizione GPS ma la comunicazione è stata interrotta. Siamo riusciti a ricontattarli solo una volta, alle 22.02". "Da ieri sera abbiamo cercato di contattare la cosiddetta 'Guardia Costiera' libica ininterrottamente su diversi numeri di telefono".

"50 migranti in difficoltà", Guardia costiera libica non risponde al telefono

La Guardia costiera della Libia non ha mai risposto al telefono: "Quando abbiamo informato il Maritime rescue coordination centre (MRCC), (rappresentato dal Comando generale della Guardia costiera con base a Roma, ndr) della mancanza di risposta della Libia ci hanno passato un numero che avevamo già tentato di chiamare diverse volte senza esito. Da circa 12 ore - spiega Alarm Phone in un nuovo tweet - nessuno risponde al telefono del gruppo di migranti. Siamo preoccupati perchè nessuna autorità è disponibile a soccorrere. La Guardia costiera italiana non fornisce informazioni. Non ci comunicano neanche se sono riusciti a contattare le autorità libiche".

Un mese fa EuropaToday raccontava che "la Guardia costiera libica non risponde a chiamate d’emergenza". I telefoni squillano, ma la Guardia costiera libica non risponde. Il Governo tedesco ha ammesso “seri errori” commessi dalle autorità libiche nelle operazioni di soccorso dei migranti in mare, attività per le quali Europa e Italia hanno speso assieme oltre 46 milioni di euro destinati all’addestramento di circa 300 militari della Guardia costiera libica. Berlino conferma, in risposta a un’interrogazione parlamentare, che vi sono “difficoltà nel rintracciare per via elettronica e telefonica” il personale di soccorso” e che si sono verificati diversi problemi anche “per quanto riguarda le barriere linguistiche".

Alarm Phone di Watch The Med è un progetto gestito da volontari che ha creato una linea telefonica diretta e autorganizzata per rifugiati in difficoltà nelle acque del Mar Mediterraneo. In pratica offre ai rifugiati su imbarcazioni in difficoltà una seconda possibilità di diffondere il loro SOS. "Così facendo - si legge sul sito del progetto - viene esercitata pressione a effettuare salvataggi ogni volta che sia possibile e ci si oppone ai respingimenti e altre forme di violazioni dei diritti umani dei rifugiati". Alarm Phone non è quindi un numero per il salvataggio, ma un numero di allarme a supporto delle operazioni di salvataggio. Tutte le guardie costiere di riferimento sono state informate del lancio del progetto vari anni fa. "Se le guardie costiere non agiscono con tempestività, si cercherà da un lato di costringere ad avviare operazioni di salvataggio attraverso la pressione pubblica. Dall’altro lato, si cercherà di allertare le navi commerciali e le navi cargo in prossimità delle imbarcazioni in difficoltà" spiega Alarm Phone.

Quei 41 migranti che qualcuno ha contato ma poi nessuno ha cercato 

Guardia costiera libica: "Abbiamo ridotto del 90 per cento le partenze"

La Guardia costiera libica rivendica invece i risultati ottenuti negli ultimi mesi. Il portavoce Ayoub Qasem vanta di aver "ridotto insieme alla marina libica del 90 per cento le partenze dei migranti nel Mediterraneo". In un'intervista all’emittente televisiva "Libya al Ahrar", Qasem ha aggiunto che "la decisione di sospendere l’operazione Sophia indica la validità del lavoro da noi condotto anche se la marina libica e l’Unione europea non sempre hanno lo stesso punto di vista sul fenomeno dell’immigrazione illegale". Secondo Qasem, le cui parole sono riportate da Agenzia Nova, "la decisione di sospendere l’operazione Sophia ha dato un’occasione alle nostre forze per proseguire nei successi di questi ultimi sei mesi".

Sui corpi dei migranti sbarcati una decina di giorni fa a Lampedusa erano evidenti i segni delle torture subite in Libia nei famigerati "campi".  Il medico Piero Bartolo: "Pensare che la Libia sia un porto sicuro e riconosciuto dall'Italia e dall'Ue è un'ipocrisia". "Abbiamo visto come la Guardia costiera libica tratta queste persone quando le ricupera - aggiunge il medico - Una parte li lascia in mare, una parte li scuote in mare come se fossero cimici e poi li picchia quando li mette a bordo. Questo non è rispettoso dei diritti umani". Per il medico i migranti "vogliono solo sopravvivere e noi glielo dobbiamo permettere, il Mediterraneo deve tornare ad essere mare di vita non un cimitero".

Migranti, l'Europa toglie le sue navi dal Mediterraneo

Dopo essere riportati in Libia, in base alle testimonianze disponibili i migranti vengono in un primo momento trasferiti nelle 16 zone di smistamento (tutti in zone costiere nel nord della Libia), e solo successivamente vengono distribuiti nelle carceri del paese. In Libia sono decine i campi e le prigioni “ufficiali” dove vengono rinchiusi i migranti. La detenzione spesso è indefinita, e abusi e maltrattamenti sono frequenti. Global detention project ha creato una mappa, ma ci sarebbero altri centri di detenzione che mancano all’appello per ragioni di sicurezza o perché in mano alle milizie.

"Siamo di fronte a un'oltraggiosa abdicazione alle proprie responsabilità da parte dei governi dell'Unione europea". E' la dichiarazione del ricercatore di Amnesty International sull'immigrazione, Matteo de Bellis, "in merito alla riduzione, decisa dai governi dell'Unione europea, dell'operazione 'Sophia' di EunavforMed, che proseguirà priva di navi nel Mediterraneo centrale e con la sola sorveglianza aerea", si legge in un comunicato. "Dopo aver usato ogni pretesto a loro disposizione per precludere il Mediterraneo alle navi di soccorso delle Ong e avendo già interrotto diversi mesi fa le loro operazioni di soccorso, i governi dell'Unione europea stanno ora togliendo le loro navi in modo che nessuno possa salvare le vite di uomini, donne e bambini in pericolo".

È falso che la presenza di Ong nel Mediterraneo spinga più migranti a partire 

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Salvini: "Libia porto sicuro". Unhcr: "Non è vero"

La settimana scorsa il ministro dell'Interno Matteo Salvini aggiornava la direttiva di inibizione delle acque territoriali italiane alle navi che trasportano migranti e dichiarava la Libia "un porto sicuro". Il vicepremier invitava i vertici delle forze dell'ordine, della Marina e della guardia costiera "a garantire alle autorità libiche il legittimo esercizio delle proprie responsabilità nella gestione delle procedure di ricerca e soccorso". Ovvero, soccorrere i migranti e indicare il porto sicuro in terra libica. Il titolare del Viminale faceva  riferimento ad una nota inviata dal direttore generale per la migrazione e gli affari interni della commissione europea Paraskevi Michou al direttore esecutivo dell'agenzia europea Frontex, che sottolinea la "piena responsabilità giuridica e operativa della Libia nel controllo delle frontiere e nel salvataggio delle vite umane in mare" dopo la ratifica da parte della Libia della convenzione Sar e la notifica all'Imo della propria zona Sar.

Ciò però non significa, come ha suggerito Salvini, che la Libia sia un porto sicuro. La replica dell'Unhcr, l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, era arrivata a stretto giro di posta: "Non consideriamo la Libia un porto sicuro e i rifugiati soccorsi e i migranti non dovrebbero essere riportati in quel Paese - dice la portavoce, Carlotta Sami - Per quanto riguarda la Libia invece, rimane una priorità per noi portare le persone fuori dalla detenzione, luoghi spaventosi dove non vengono garantiti i diritti mani e assicurare che abbiano accesso alla protezione internazionale. Questo è un imperativo umanitario". Secondo la Ong Mediterranea quella del governo è una "verita distorta. Il Viminale dice il falso per coprire le atrocità e i respingimenti nell'inferno della Libia". Sulla stessa lunghezza d'onda la Commissione Ue precisa: "Per quello che riguarda gli sbarchi si applica il diritto internazionale e la Commissione ha sempre detto che al momento in Libia non ci sono le condizioni di sicurezza".

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