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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Immigrazione

La speranza frustrata dei migranti: l'Italia non è un paradiso

Nessuno degli uomini di Stato sfilati sull'isola "della morte" ha speso una parola sul futuro dei 155 migranti sopravvissuti: un problema culturale tutto italiano. Ma che "fine" faranno i superstiti?

LAMPEDUSA - Centoundici storie spezzate. Pezzi di vita lasciati per strada, quella maledetta strada che dalla Libia porta all'Italia: la via della morte. Centoundici corpi senza vita, senza nemmeno un nome. Fra qualche giorno forse, anzi di sicuro, saranno di più. Molti di più: duecento almeno, si teme trecento. Davanti ad un orrore così è giusto, doveroso, fermarsi ed "inchinarsi". Togliere il cappello e raccogliersi in silenzio. 

Sarebbe altrettanto giusto, e doveroso, però, pensare a chi su quella strada ha lasciato sì pezzi di vita, ma non la propria. Un amico, un figlio, un "disperato" come lui, ma non se stesso. Sarebbe, anzi è, il momento di dedicarsi anche a chi in Italia c'è arrivato vivo. Centocinquantacinque persone magari distrutte, ferite nell'animo: ma vive. E, invece, no. Nessuno degli uomini di Stato sfilati sull'isola "della morte", da Alfano alla Boldrini, ha speso mezza parola su quegli uomini, su quelle donne e su quei bimbi che sono riusciti a vincere l'ìmpari battaglia contro la morte. Nessuno. Ma, allora, che "fine" faranno quegli uomini?

Quegli uomini da oggi capiranno, a loro spese, che l'Italia non è l'El Dorado che immaginavano, speravano. Capiranno che il "Bel Paese" è anche il Paese della burocrazia, delle leggi contorte, della lentezza. Impareranno, sulla loro pelle, che di fronte a loro c'è una traversata da compiere dura quanto quella alla quale sono riusciti a sopravvivere. "Per giorni, forse mesi, resteranno a Lampedusa: devono essere prima identificati e schedati tutti" spiega Marco, giovane operatore di un centro d'accoglienza di Roma. 

Schedare e identificare è solo il primo passo. Lungo, ma il primo. "Dopo, tutti i migranti faranno richiesta di asilo e, una volta verificata la disponibilità dei vari centri di accoglienza per richiedenti asilo, i 'Cara', comincerà la distribuzione in giro per l'Italia". Molti, forse tutti, potrebbero arrivare proprio nella Capitale, con il sindaco Ignazio Marino che si è detto disponibile ad accoglierli. 

Strage di migranti a Lampedusa: le immagini

L'arrivo in un centro di accoglienza, però, non è altro che il punto di partenza. "Da quel momento - racconta il giovane - ad ognuno di loro sarà rilasciato un 'cedolino' di tre, massimo sei mesi, rinnovabile di volta in volta fino a che lo status del migrante non viene definito". E definire lo status di un migrante, decidere se "concedergli" asilo o meno, è una questione tutt'altro che rapida: "Si può aspettare anche due anni per questo". 

E' necessario, infatti, che si riunisca una "commissione territoriale" che analizza la storia del migrante, raccontata da lui stesso, e che decide se concedere o meno asilo al richiedente. In un sistema d'accoglienza al collasso, come quello italiano, una pratica che può sembrare rapida si trasforma, però, in un'incredibile maratona. E l'immigrato, nell'infinita attesa, cosa può fare? Semplice, niente. 

Per la legge italiana, infatti, un immigrato che non abbia un permesso di soggiorno di durata maggiore ai sei mesi non può lavorare. Lo straniero, insomma, deve restare ad aspettare, e sperare, chiuso in un centro di accoglienza. Mortificante. "In quel periodo, i sei mesi, per lo Stato italiano l'immigrato dovrebbe imparare la lingua e integrarsi nel paese ospitante" puntualizza Marco. Solo che farlo stando chiusi in un "Cara", non un hotel, può risultare impresa ardua. 

"Qui - dice l'operatore - fa la differenza la voglia personale di ognuno di loro. Ho visto gente aspettare un anno, due, e alla fine riuscire in tutto quello che sperava. Ho visto altri, invece, abbattersi, disperarsi". Resi disperati da uno Stato che accoglie e che non può mandare via, per "colpa" del regolamento Dublino II, e da uno Stato che pur provando a fare il massimo dà poche speranze e possibilità. 

"E' un problema culturale tutto nostro - riflette Marco - viviamo l'arrivo degli immigrati con una percezione di invasione totalmente sbagliata. Esistono paesi del terzo, e addirittura del quarto Mondo, che riescono ad accogliere e 'sistemare' più persone di noi. L'immigrazione - conclude - non è più un'emergenza, ma una costante e come tale va trattata. E' necessario capirlo". Così come gli immigrati capiranno molto presto che l'Italia non è un paradiso. 

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