Giovedì, 21 Ottobre 2021
L'INTERVISTA

"Siamo figli di questo Stato, non nemici": testimoni di giustizia, nuovi "deportati"

Hanno assistito per pura casualità a delitti efferati e hanno testimoniato in tribunale contro i malviventi. Ma il programma di protezione è una "frana". Sono rimasti soli, senza amici e senza affetti. Chiedono di essere trattati da figli dello Stato, e non da nemici. Intervista a Ignazio Cutrò, presidente dell'Associazione nazionale "Testimoni di giustizia"

ROMA - Quello che per certi versi sconvolge, sentendoli parlare, è che si dicono "pronti a rifare quella scelta". Dicono di non pentirsi di aver denunciato. Hanno perso gli amici, i familiari, gli affetti più cari; sono stati "deportati" in località segrete sotto falsa identità, dove hanno vissuto per anni spacciandosi per persone che, in realtà, non sono mai esistite. Loro sono i testimoni di giustizia.

Non i "collaboratori", si badi; ma i "testimoni". Sono coloro che, per pura casualità, si sono ritrovati ad assistere ad un qualsiasi delitto che di lì a poco avrebbe stravolto la loro vita. Sono coloro che, senza pensarci un istante, hanno scelto di prestare il loro aiuto alla giustizia, testimoniando e facendo arrestare mandanti ed esecutori. Sono diventati improvvisamente pezzi dello Stato. Lo stesso Stato che oggi li fa sentire soli.

Di loro si è parlato pochi giorni fa su Rai3, in una puntata di "Presa diretta". Riccardo Iacona è entrato nelle loro case raccontando le condizioni in cui vivono dopo aver deciso di aiutare lo Stato. Isolati, senza un lavoro, senza più un euro in tasca. Gente che ha perso la famiglia, che è stata abbandonata da moglie, mariti o figli. Ma che, in virtù di un innato spirito di giustizia, rifarebbero quella scelta.

Ignazio Cutrò è uno di loro. Vive con la sua famiglia a Bivona, un piccolo paese della provincia di Agrigento, ed è titolare di una ditta di movimento terra. La sua impresa è stata presa di mira dalla criminalità organizzata che gli ha prima incendiato alcuni mezzi e poi recapitato a casa proiettili, teste di agnello e croci funebri. Con le sue testimonianze Cutrò è riuscito a far arrestare i capi della famiglia mafiosa di quel centro. Adesso vive sotto scorta ed è un testimone di giustizia. Ma non solo: è il presidente dell'Associazione nazionale "Testimoni di giustizia", un'organizzazione nata dopo i troppi silenzi, dopo le troppe sofferenze di chi ha scelto in un'aula di tribunale di puntare il dito contro gente che non ha nulla da perdere.

"Due giorni dopo la puntata di 'Presa diretta' – ci spiega Cutrò - siamo stati ricevuti dal direttore del Servizio centrale di protezione, il generale Pascali, e dal vicecapo della Polizia, Francesco Cirillo. Abbiamo spiegato loro tutte le criticità dei programmi di protezione ed abbiamo chiesto di avere i nostri diritti. Nient'altro. Vogliamo essere trattati come figli dello Stato, non come nemici. Per qualsiasi necessità che ognuno di noi ha, assistiamo ad un gioco di competenze: il ministero demanda agli uffici territoriali del governo, e viceversa.  Non vogliamo né meriti né medaglie. Vogliamo solo essere trattati da cittadini italiani. Se un testimone di giustizia ha un problema, bisogna che se ne occupino tutti. Devo essere per forza un onorevole per avere attenzioni?".

Le problematiche che riguardano i testimoni sono tante, proprio come spiega il presidente dell'associazione: "Quella sera su Rai 3 – dice - è stata raccontata la verità, sono state raccontate le vere storie dei testimoni. Gente portata in località segrete e poi abbandonata a se stessa, gente che non ha più soldi per campare dopo essere uscita dal programma di protezione. La legge parla chiaro. Non chiediamo la luna. Il rischio, di questo passo, è che si inneschi una paura nei confronti dello Stato. Ma così non dev'essere. Noi vogliamo continuare a dire, e continueremo a farlo, che bisogna denunciare, che qualsiasi tipo di criminalità dev'essere repressa, anche con l'aiuto dei cittadini. Ma lo Stato non deve girarsi dall'altra parte dopo le sentenze dei tribunali".

Una situazione che, specie dopo i riflettori accesi dalla trasmissione di Riccardo Iacona, i testimoni vogliono perseguire fino in fondo. "Abbiamo chiesto un incontro al ministro dell'Interno, Angelino Alfano - spiega Ignazio Cutrò - per istituire un tavolo tecnico con l'associazione, al fine di chiarire la vicenda e dare fiducia e speranza ai testimoni dentro e fuori il programma di protezione".

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