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Mercoledì, 17 Agosto 2022
Cronaca Venezia

Isis a Venezia, così l'antiterrorismo ha evitato l'attentato al ponte di Rialto

"Se mi danno l’ordine uccido tutti con una bomba a Rialto". Parlavano così Fisnik Bekaj, Dake Haziraj e Arjan Babaj, tre camerieri kosovari intercettati dalle forze dell'ordine e arrestati con l'accusa di aver messo in piedi una cellula terroristica pronta a compiere un attentato. Il video dell'operazione e le intercettazioni

VENEZIA - Lavoravano come camerieri nel centro storico e da mesi erano convinti di poter agire facendosi esplodere tra i turisti sul Ponte di Rialto. Un'azione spettacolare nel cuore di Venezia che avrebbe riportato il terrorismo jihadista alla ribalta proprio mentre Isis sta per soccombere a Mosul in quella che è stata la Capitale irachena del Califfato.

Il 25enne Fisnik Bekaj insieme a Dake Haziraj, 26 anni, e Arjan Babaj, 28 anni, avevano preparato tutto. Non sapevano che le squadre antiterrorismo erano sulle loro tracce e ascoltavano le loro conversazioni

"Se domani faccio il giuramento e mi danno l'ordine, sono obbligato a ucciderli tutti. Con Venezia guadagni subito il Paradiso dice uno dei presunti terroristi arrestati giovedì da Polizia e carabinieri, anche con le squadre scelte di Nocs e Gis. "E' un grande, avendo messo la bomba dentro lo zaino", afferma a un certo punto Babaj. Sta guardando un video in cui si parla di un attentato con esplosivo. Durante la visione di un video in francese il narratore dice: "Non è quello preferito per questo tipo di operazione. Qualcosa di più semplice. Non deve essere di quelli usati quotidianamente, non deve essere troppo piccolo e deve essere affilato. Adesso bisogna vedere i punti essenziali dove colpire il corpo umano. Combattete il mondo nella vostra regione, quindi uccideteli e agite perché potete cambiare la storia". O ancora: "Dobbiamo morire, noi... - dichiara uno degli arrestati - perché non possiamo prendere questa terra, se domani abbiamo questa possibilità perché non sfruttarla?". Al che un altro degli arrestati risponde: "Sì, noi comunque dobbiamo morire!".

INTERCETTAZIONI VENEZIA-2

IL VIDEO DELL'OPERAZIONE

Tutti e 4 gli arrestati (un minorenne è in stato di fermo) avevano costituito una cellula jihadista e gli inquirenti sulla base di queste prove sono convinti che erano pronti ad entrare in azione.

Tra pedinamenti e intercettazioni, si è ricostruita la rete di relazioni dei giovani kosovari. Si è accertato che l'abitazione in cui era domiciliato in affitto Bekaj era divenuta una base d'appoggio per numerosi connazionali, tra cui Babaj. Lì si pregava e si discuteva. Si inneggiava all'Isis. Si esultava per gli attentati. Il venerdì veniva dedicato alla preghiera, normalmente nella sede di un'associazione culturale mestrina. Sui social, specie attraverso il profilo Instagram dell'utente "gurhaba", era un turbinìo di post di matrice islamista. Fino ad arrivare alla notte tra mercoledì e giovedì, al blitz delle forze dell'ordine: "Le zone circostanti i due obiettivi sono state cinturate - è stato spiegato in conferenza stampa - dal momento in cui le forze speciali sono entrate negli alloggi a quando i sospetti sono stati bloccati sono passati solo 12 secondi. Tutto è andato per il meglio". Ora naturalmente le indagini continuano: nell'ambito delle perquisizioni sarebbero state sequestrate anche delle pistole. Al vaglio se vere o finte.

Il punto di svolta per il presunto leader del gruppo nel novembre 2015, nel momento in cui Bekaj avrebbe fatto un viaggio in Kosovo da cui sarebbe tornato cambiato. Un integralista. Sono stati controllati cellulari e sono state effettuate perquisizioni ambientali. Sono stati passati a setaccio i social network, specie Facebook e Instagram. E' anche lì che è stato scoperchiato il vaso di pandora. "C'erano profili social sia di Instagram e Facebook con nickname completamente diversi da quelli normali - ha spiegato in conferenza stampa il dirigente della Digos di Venezia, Daniele Calenda - Questi profili erano totalmente di natura eversiva. Si sono autoaddestrati in prima battuta all'utilizzo di armi bianche con indicazioni su dove attingere le vittime. Erano informazioni quasi 'mediche'. L'indagine ha avuto accelerazione all'indomani dell'attentato di Londra. C'erano messaggi in cui si evinceva la convinzione totale di operare anche qui in questo senso".

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