La guerra in Libia non va fatta: ecco perché

Anche se per il premier non è il momento adatto, più di un italiano su due vorrebbe l'intervento militare. C'è però chi avverte sui rischi e sulle ragioni per cui non è il caso: "Siamo all'isteria collettiva"

Il premier ha detto no ma più di un italiano su due (secondo un sondaggio di Euromedia Reserach) vorrebbe che si intervenisse militarmente in Libia. Ma c'è chi vuole ricordare cosa è successo l'ultima volta che abbiamo portato lì il nostro esercito, come il deputato Sel Giulio Marcon e con lui tutti gli onorevoli che fanno parte del gruppo "Parlamentari per la pace":

L'intervento in Libia del 2011 aprì il vaso di Pandora. Un intervento adesso non porterebbe a nessuna soluzione. Anzi: darebbe l'alibi al'Isis e ad altre fazioni jihadiste per rilanciare la "guerra santa" contro i "nuovi crociati". 


Andare in Libia potrebbe essere controproducente e scatenare ulteriormente la rabbia di tutti i gruppi islamisti del paese, in particolare quelli jihadisti. Ma allora che fare? Lo spiegano Rete per la Pace, Sbilanciamoci e Rete italiana disarmo, in una conferenza stampa convocata alla Camera. Il parere di Sergio Passoli della Rete per la pace è molto chiaro:

Ciò che sta avvenendo in Medio oriente e in particolare in Libia ma anche ciò avviene nel cuore dell'Europa, in Ucraina, ci conferma un quadro politico fuori controllo. La reazione delle nostre istituzioni, del mondo della politica non hanno trasmesso quella sicurezza di cui i cittadini hanno bisogno, anzi. Hanno trasmesso un'idea di pericolo imminente. E' isteria collettiva, una follia che non possiamo tollerare. 


Per risolvere il problema ci sono altre strade: 
 

Diplomazia, politica e cooperazione. Rifiutiamo l'idea di scontro di civilità e siamo convinti che i risultati del sondaggio di Euromedia non siano il frutto di una consapevolezza ma di una disinformazione. Non è possibile che un uomo o una donna sia disponibile a vedere andare a morire il proprio figlio, per una guerra assurda. Prevale il gridare e questo senso di paura che viene trasmesso da politici e media. 

In effetti gli stretti rapporti istituzionali ed economici tra Italia e Libia impongono una presa di posizione dell'Italia. Anche se fino a poco tempo fa qui si sparava con pistole Beretta, rigorosamente made in Italy. Francesco Vignarca, della Rete italiana disarmo, ricorda:

Abbiamo venduto fucili e pistole della Beretta pochi mesi prima del nostro bombardamento. Molte delle milizie che hanno infiammato la Libia hanno in mano quelle armi. Non possiamo prescindere da questa cosa per affrontare il problema. Dobbiamo capire cosa è successo prima di parlare di intervento. Vogliamo rinondare di nuove armi? Dopo i fucili vogliamo dare anche le munizioni e poi lanciarci contro di loro?


In effetti l'Italia è stato il principale rifornitore di armamenti della Libia:

Non abbiamo una soluzione da tirare fuori dalla tasca perché la soluzione è complicata. La militarizzazione ha sempre e solo peggiorato le cose. C'è un percorso da fare a partire dalla popolazione civile. 

Inoltre la questione Libia non può prescindere dal tema immigrazione: "Non pensiamo che un nostro intervento militare fermerà il flusso di migranti sulle nostre coste. Prima di tutto la maggior parte non si ferma da noi: su 170mila persone sbarcate l'anno scorso, solo un terzo è stata a carico del sistema d'accoglienza italiano. Inoltre sono persone che hanno il diritto alla protezione, perché scappano da guerra e fame" conclude Grazia Naletto della campagna Sbilanciamoci. 

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