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Martedì, 7 Dicembre 2021
CRONACA

Quattro milioni di italiani senza cibo

Crisi economica e mancanza di lavoro: l'indigenza fa aumentare in maniera esponenziale il numero degli italiani che ricevono pacchi alimentari e pasti gratuiti. Ecco il dossier shock della Coldiretti

ROMA - Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi. Erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 e hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012.

Nel 2013 il picco: salgono infatti alla cifra record di 4.068.250 i poveri che in Italia sono stati costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare, con un aumento del 10% sullo scorso anno e del 47% rispetto al 2010, ovvero ben 1.304.871 persone in più negli ultimi 3 anni.

E' quanto emerge dal primo dossier su "Le nuove povertà del Belpaese. Gli italiani che aiutano" presentato dalla Coldiretti al Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione a Cernobbio.

Gli italiani indigenti che hanno ricevuto pacchi alimentari o pasti gratuiti attraverso i canali no profit che distribuiscono le eccedenze alimentari hanno raggiunto - sottolinea la Coldiretti - quasi quota 4,1 milioni, il massimo dell'ultimo triennio, secondo la relazione sul 'Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 2013', realizzata dall'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura.

Lavoro al Sud, questo sconosciuto

A fronte di una "fotografia" così preoccupante, emerge che in molte regioni del Paese di cibo ce n'è in abbondanza, ma si spreca. E al sud si spreca soprattutto perché "si è cucinato troppo". A rilevarlo è l'ultima elaborazione di Waste Satcher, il primo Osservatorio sugli sprechi lanciato dal Last Minute Market con Swg che ha individuato quali sono le principali cause dello spreco di cibo che caratterizzano le regioni. Un primo blocco di regioni del sud Italia (Abruzzo, Puglia, Calabria e Campania) si caratterizzano per una maggior frequenza della risposta "ho cucinato troppo cibo": in questo caso la generazione dello spreco avviene nella fase finale del processo del consumo domestico, ovvero dopo la fase di acquisto e conservazione del cibo e a cui si puo' attribuire anche un maggior impatto ambientale (sono state impiegate risorse nella conservazione e nella cottura del cibo).

Ma la crisi non era finita?

In Sicilia e in Basilicata, invece, le motivazioni che spingono a decidere di buttare via un alimento solo molto legate a fattori sensoriali quali l'odore e il sapore sgradevole del cibo rimasto. Queste caratterizzazioni legate al territorio - rileva l'Osservatorio - evidenziano una forte eterogeneità del fenomeno dello spreco alimentare su cui va posta una forte attenzione: nelle attività di promozione e sviluppo di politiche a sostegno della riduzione dello spreco non si puo' non tenere conto delle differenze comportamentali dei consumatori. Per migliorare l'efficacia degli interventi sono necessarie azioni mirate. In pratica, un unico tipo di politica non basta dunque a trattare il problema dello spreco.

L'Europa che chiede sacrifici è rimasta senza un euro

Per capire le differenze basta dare un'occhiata anche ai risultati che riguardano il nord. In Piemonte e Friuli Venezia Giulia si butta in funzione della veloce deperibilità dei prodotti acquistati; in Umbria e Veneto la colpa è attribuita alle "dimensioni troppo grandi delle confezioni", quindi all'industria della distribuzione; i cittadini di Emilia Romagna e Sardegna danno la colpa a se stessi e a cattive abitudini, come aver acquistato cose che non piacevano; in Liguria, poi, si eccede con la spesa per "paura di non aver a casa cibo a sufficienza". Il Lazio risente della scarsa organizzazione, alla spesa si dedica spesso solo un giorno la settimana, troppo poco per programmare bene gli acquisti di lungo periodo.

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