Domenica, 7 Marzo 2021

"La battaglia nel nome di mio figlio": Jolly Nero, storia di una mamma coraggio

L'intervista ad Adele Chiello, madre di Giuseppe Tusa, una delle vittime del disastro della Jolly Nero. Una donna che con la sua tenacia ha riaperto un processo: “Voglio verità e giustizia. Lo devo a mio figlio”

Adele Chiello con la foto del figlio, Giuseppe Tusa (FOTO ANSA)

Ci vuole coraggio a lottare contro il mondo, ma ne vale la pena se in gioco ci sono la verità e la giustizia. Due parole semplici ma dal valore inestimabile, lo stesso che ha la vita di un figlio. Una dura realtà che conosce bene Adele Chiello, la mamma di Giuseppe Tusa, sottocapo di seconda classe con cinque anni di servizio alla Guardia costiera di Genova, una delle nove vittime del disastro avvenuto la sera del 7 maggio 2013, quando la nave Jolly Nero si andò a schiantare contro la torre di controllo del porto di Genova, causandone il crollo.  Un disastro con molte responsabilità e pochi colpevoli, in cui molti dettagli sono rimasti sepolti per tanto tempo, almeno fino a quando la tenacia di mamma Adele non li ha riportati alla luce, riaprendo un processo chiuso forse troppo in fretta con la condanna in primo grado di quattro persone e in via amministrativa della società di armatori, e l'archiviazione delle posizioni dei costruttori, dei progettisti e dei collaudatori, oltre che dei vertici della Guardia Costiera.

Troppo poco per la vita di nove persone. Troppo poco per un incidente che vede in gioco così tanti fattori. Troppo poco per una mamma che ha perso un figlio così giovane. Così Adele, ha preso in mano quelle duemila pagine di documenti e perizie, ed ha iniziato ad indagare per conto suo, riaprendo di fatto un processo bis, con dodici imputati, tra cui figurano un ammiraglio e alcuni membri della società Rimorchiatori riuniti e della Corporazione dei piloti del porto. Il 19 settembre avrà luogo la prima udienza. 

Jolly Nero bis: i nuovi indagati

Quel maledetto 7 maggio

Per capire meglio lo svolgimento dei fatti è purtroppo necessario tornare a quella maledetta sera del 7 maggio 2013, una data difficile da dimenticare per Adele, come lei stesso ha raccontato a Today: “Quella notte nessuno ci ha avvertito. Io sono vedova e mia figlia  vive a Palermo. La prima a saperlo fu proprio lei, quando in piena notte venne svegliata da alcuni amici che avevano visto la notizia in televisione o su internet, tutti chiedevano: 'Ma Giuseppe è in servizio?'. Mia figlia mi chiamò e mi disse che dovevamo partire, che Giuseppe aveva avuto un incidente. Non mi disse nulla di più”. Dopo l'arrivo a Genova, la mamma 62enne racconta i primi momenti alla Capitaneria: “Il primo volo disponibile era da Catania a Torino, da lì arrivammo in Liguria. Ero confusa, pensavo ad un incidente stradale, ma mio figlio non aveva né macchina né motorino, in più non rispondeva al telefono e nessuno voleva darmi spiegazioni chiare”.

“Arrivati alla Capitaneria – continua la donna – mi hanno fatto accomodare con molta insistenza, ma io avevo un unico pensiero: 'voglio vedere mio figlio'. Soltanto quello mi avrebbe fatto calmare. Poi è arrivata una donna è mi ha detto: 'Lo hanno preso adesso, si trova all'obitorio'”. Dopo quelle parole i ricordi di Adele diventano offuscati, confusi. Una sacra verità la conferma lei stessa: “Non esiste un modo per dirlo ad una mamma”. E come darle torto. 

L'inizio delle indagini

Adele torna in Sicilia con tutte le cose che le restano di Giuseppe, oggetti e vestiti, compreso quello che aveva con sé la notte dell'incidente. L'unica cosa che non si trovava era un pc nuovo (ritrovato in mare due giorni dopo l'incidente) comprato da Giuseppe il Natale prima, un Mac con cui aveva sostituito un altro computer, lasciato proprio alla mamma. In quel pc c'erano tutti i ricordi di Giuseppe, così in una notte insonne Adele decide di accenderlo, nonostante sia la prima a dire di avere un rapporto difficile con la tecnologia: “Non so neanche come, ma sono finita su YouTube e ho potuto vedere per la prima volta le immagini dello schianto. Volevo capire come fosse successo, cosa avesse provocato quel disastro. Così iniziai ad indagare, a vedere tutte le interviste fatte a caldo dai diretti interessati e una cosa mi fece incuriosire ancora di più: le dichiarazioni si contraddicevano tra loro”.

Da quel momento inizia un vero e proprio lavoro investigativo per la signora Chiello: “C'erano cose importanti collegate all'incidente. Ma i dettagli poco chiari erano molti, dalla nave alla torre, passando per i soccorsi”.

La torre

Andiamo per gradi. La torre di controllo è uno dei punti chiave: “Quella torre è stata costruita per accedere ad un fondo europeo – racconta Adele Chiello a Today- in sostituzione della vecchia, solida e lontana dal mare. Ma da subito c'è stato un problema: lo spazio. Il porto di Genova non è molto grande, così è stato  deciso di costruirla in acqua, con una base resa vulnerabile dalla corrosione causata dalla salsedine e dalla forza delle eliche”. I dettagli sulla struttura sono venuti alla luce grazie ad una perizia presentata dagli armatori: “La torre è formata da un cono cavo dello spessore di 20 centimetri, al cui interno si trova l'ascensore. Una misura giudicata non idonea”.

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Una tesi confermata anche dalla perizia dell'ingegnere Leopoldo Franco: “Secondo questo documento che sono riuscita a ottenere dopo mille peripezie, non esiste al mondo una torre costruita in quelle condizioni: ha una base fragile, una struttura esile ed un tetto troppo pesante”.

La nave

L'estate successiva all'incidente Adele la passa spulciando quelle duemila pagine, una serie infinita di documenti, tra cui c'erano anche i verbali di accertamento sulla Jolly Nero: “Uno di quei fogli attestava che la nave era in buone condizioni, ma una cosa attirò la mia attenzione: in tutti i verbali usciva sempre la stessa firma. Una coincidenza un po' anomala, considerando che i controlli dovrebbero esser fatti da persone diverse”.

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Adele decide così di tornare a Genova per vederci chiaro e riesce, superando diversi ostacoli, a parlare con il Pubblico Ministero: “Mi informai sui chi erano gli armatori, i Messina, una famiglia di origini siciliane, definiti 'potenti' nell'ambiente. Informandomi meglio – continua Adele – ho scoperto che la Jolly Nero era vecchia di 40 anni, che era stata allungata due volte e che poteva aver subito una sorta di 'ringiovanimento', una ristrutturazione soprattutto estetica che viene fatta alle navi, per portale 'indietro nel tempo' di circa 15 anni. Infine, venne fuori che la Jolly Nero aveva  un problema di avaria ai motori”. 

Una delle prime cause tirate in ballo è stata la manovra, ma come conferma la stessa Adele, la nave aveva dei problemi ai motori: “Il diritto alla navigazione dice che il comandante della nave è responsabile ma deve essere funzionante. Prima di partire c'è l'obbligo di provare il motore, ma nonostante i malfunzionamenti, quella nave doveva uscire dal porto, perché c'era un'altra grossa nave che doveva attraccare ed ogni minuto di attesa ha un costo in denaro”. 

Disastro Jolly Nero: i filoni processuali

Ma quel problema al motore mal valutato ha avuto, secondo Adele, un prezzo ben maggiore: “Per uscire dal Terminal la nave deve passare da una strettoia che passa vicino alla torre, facendo una manovra a marcia indietro per poi trovarsi ad uscire di prua. Ma la Jolly Nero – spiega la Chiello – aveva un sistema di cambio diverso dalle navi moderne. Un sistema che, per cambiare marcia, ti costringe a spegnere il motore per poi riaccenderlo. Il motore però non si è riacceso e così la Jolly Nero ha finito la sua corsa contro la torre di controllo, nonostante i rimorchiatori avessero fatto di tutto per evitare la collisione”. Le registrazioni di quei momenti a bordo delle Jolly Nero sono molto confuse, ma mamma Adele sostiene che avrebbero potuto dare l'allarme prima: “Esistono diversi tipi di richiami sonori, ognuno per un caso specifico. Sono cose che mio figlio ha studiato e che chi fa questo mestiere conosce. Dopo essersi accorti che la nave si stava per schiantare avrebbero potuto dare l'allarme per far evacuare la torre, ma questo non è avvenuto. Ho sentito tutte le registrazioni, c'era solo confusione”.

I soccorsi

Un altro neo su cui fa leva Adele è la gestione dei soccorsi: “L'incidente è avvenuto alle 23, mio figlio è stato trovato alle 14.45 del giorno seguente, nonostante fosse nell'ascensore all'interno della torre, che era crollata in mare, in un bacino d'acqua profondo massimo 10 metri, motivo per cui gran parte della struttura sembrava galleggiare. Invece la torre alta 54 metri era adagiata sul fondo. Giuseppe al momento dell'impatto si trovava in ascensore insieme ad altri colleghi, uno è sceso al primo piano per timbrare, lui ed altri due sono stati richiamati all'ultimo piano. Dopo l'impatto con la nave la luce è andata via e la torre è crollata con dentro l'ascensore”.

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Il rammarico di mamma Adele è che nessuno abbia pensato di aprire la torre dalla parte rimasta in superficie, così da arrivare subito all'interno del cono e soccorrere le persone rimaste sepolte sotto le macerie: “Il loro collega uscito prima dell'impatto ha provato a spiegare ai soccorsi: ' salvate i miei colleghi, sono lì dentro'. Ma non è stato ascoltato. Io ho visto il corpo di mio figlio, aveva le mani consumate. Ha provato a salvarsi la vita, ha provato ad uscire da lì sotto. E io non ho avuto neanche un'autopsia”. Già, perché un ulteriore nodo da chiarire è l'autopsia: “Io ho ricevuto soltanto dei fogli con poche righe. C'è scritto: 'asfissia meccanica violenta secondaria da annegamento', nulla più, anche se il suo corpo diceva altro”.

Il senso di giustizia

La voglia di verità, di giustizia, di onestà, sono questi i sentimenti che hanno spinto Adele a gettarsi corpo ed anima in questa difficile battaglia. Un desiderio spinto dalla perdita del figlio, ma anche da ciò che lui stesso insegnava alle persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo: “Quando ho iniziato a cercare tra le cose di Giuseppe ho trovato una cosa che avevo dimenticato. Un testo scritto da mio figlio a 10 anni”.

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“Un giorno a scuola venne rubato un block notes. Così Giuseppe ha istituito un processo in classe, il maestro sarebbe stato il giudice e lui l'avvocato accusatore (così lo scrisse all'epoca), poi c'erano imputati e testimoni. Nel resoconto di quel processo ha scritto: 'Tutti abbiamo diritto ad una giustizia, a dire il nostro parere. La legge lo consente ed è uguale per tutti”.

“Da lì sono partita – aggiunge Adele – dalle parole di mio figlio”. Nel corso del tempo molte persone le hanno consigliato di lasciar perdere, di non mettersi in una guerra più grande di lei. Ha anche provato a contattare, con scarso successo,  le famiglie delle altre vittime, ma nonostante tutto ha continuato ad andare avanti per la sua strada: “Mi dicevano che non sarei mai arrivata alla giustizia. Ma io ci devo provare. Lo devo a mio figlio, non posso tradirlo. Lui credeva nello Stato e lo Stato lo ha tradito, non posso farlo anche io”. “Lo dico sempre – conclude Adele – mio figlio è morto in tempo di pace, in uno scenario di guerra. Ma di una cosa sono convinta: se non c'è verità non si arriva alla giustizia”. Una giustizia che meritano Giuseppe e tutte le vittime della Jolly Nero. La meritiamo tutti.

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