Domenica, 16 Maggio 2021
Coraggio / Foggia

Lazzaro D'Auria: la storia dell'imprenditore che si è opposto alla mafia foggiana

In Capitanata ha costruito un piccolo-grande impero: 6 aziende agricole che, insieme, fatturano quasi 40milioni di euro. Un patrimonio che ha difeso a tutti i costi dalla mafia, nonostante le pressanti richieste estorsive e le pesanti minacce di morte subite. L'hanno incontrato, e hanno raccontato la sua storia, Maria Grazia Frisaldi e Roberto D'Agostino per FoggiaToday

Lazzaro D’Auria in Capitanata ha costruito un piccolo-grande impero: 6 aziende agricole che, insieme, fatturano quasi 40milioni di euro. Un patrimonio che l'imprenditore 55enne di origini campane ma foggiano d’adozione, ha difeso a tutti i costi dalla mafia, nonostante le pressanti richieste estorsive e le pesanti minacce di morte subite. L'hanno incontrato, e hanno raccontato la sua storia, Maria Grazia Frisaldi e Roberto D'Agostino per FoggiaToday.

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D'Auria è l'unico imprenditore taglieggiato costituitosi parte civile nel processo alla Società Foggiana, vive da anni da sotto scorta. E non importa quanti zeri ci siano nel suo fatturato o quanto volume d’affari produce sul territorio: la sua vita è a rischio, quindi per la maggior parte delle banche del paese non rappresenta un buon investimento. I crediti sempre accordati negli anni sono stati ritrattati o si sono notevolmente ridotti. “Scelta di mercato”, la motivazione data da numerosi istituti di credito. Il ‘Crime risk’ pesa più del suo coraggio: “Più dei delinquenti, sono state le banche a demoralizzarmi”, spiega l’imprenditore che ha sfidato boss e gregari di una delle batterie delle Società.

La sua vicenda è cristallizzata nelle carte dell’operazione-capitale ‘Decimazione’: un intenso periodo fatto di soprusi, richieste estorsive, minacce di morte: “Paga o ti accoppiamo”. Messo all’angolo da “tre boss e dieci gregari” armati di grosso calibro, ha trovato la via di fuga nella denuncia.

Da quel momento è iniziata un’altra battaglia, quella con le banche.

L'intervista a Lazzaro D'Auria

Perché i rapporti con le banche si sono interrotti o incrinati?

Colpa del cosiddetto ‘Crime Risk’. E’ un sistema di valutazione dei soggetti che lavorano con le banche, che però non fa differenza tra un collaboratore di giustizia o un evasore fiscale: finiscono entrambi in una categoria di rischio alta (per rischio vita o rischio crack finanziario). Molti istituti hanno ritrattato i crediti concessi, altri si sono riattivati dopo l’intervento del prefetto. E’ il paradosso balordo che devono affrontare gli imprenditori che denunciano.

Con i ‘rubinetti’ chiusi, come è andato avanti?

In agricoltura, si sa, prima si investe e poi si raccoglie. Abbiamo messo mani ai fondi destinati ai nostri figli, abbiamo cercato soluzioni in proprio. Poi i prefetti che si sono succeduti si sono impegnati per trovare una soluzione, ma il problema non è risolto. Le assicurazioni invece ci hanno abbandonato del tutto. La struttura in cui ci troviamo adesso, ad esempio, è assicurata in Germania.

Quando i clan hanno iniziato ad interessarsi alle sue attività?

Negli anni abbiamo sempre subito danneggiamenti o furti con cavallo di ritorno, ma non abbiamo mai voluto ‘cogliere’ l’invito. Nemmeno quando ci chiedevano ‘contributi per i carcerati’. La situazione è precipitata negli anni 2015-2016 dopo l’acquisto di un lotto di terreni a Borgo Incoronata. Fu un investimento importante che ci mise sotto i riflettori e i boss alzarono la posta in gioco: pretendevano 200mila euro…

L'intervista completa continua su FoggiaToday

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